Inauguro oggi una serie di post dal titolo altamente criptico “9 BUONE RAGIONI PER SOPPRIMERE L’8 MARZO: OVVERO, TUTTO QUELLO CHE CI OCCORRE SAPERE PER SALVARE LA MIMOSA DA INUTILI DEFORESTAZIONI PRIMAVERILI IN UNA DOMENICA COME LE ALTRE”venerdì 9 gennaio 2009
9 BUONE RAGIONI PER SOPPRIMERE L’8 MARZO
Inauguro oggi una serie di post dal titolo altamente criptico “9 BUONE RAGIONI PER SOPPRIMERE L’8 MARZO: OVVERO, TUTTO QUELLO CHE CI OCCORRE SAPERE PER SALVARE LA MIMOSA DA INUTILI DEFORESTAZIONI PRIMAVERILI IN UNA DOMENICA COME LE ALTRE”sabato 3 gennaio 2009
LE AMBIZIONI DI LADY FRANKENSTEIN

Il 2008 si è concluso in bellezza… benché il termine “bellezza” non renda esattamente l’idea di ciò cui vorrei parlarvi.
Il 2008 è stato l’anno dei primati… e dei neandertaliani, sì, insomma degli uomini-scimmia. Tra questi - tra quelli di sesso femminile - ha spiccato certamente lei: Brigitte Nielsen, ovvero la Lady Zeppelin degli anni ’80 per la sconcertante rassomiglianza delle sue protuberanze bovine con le generose forme aerostatiche.
Dopo un ventennio trascorso balzando da un letto all’altro dei più noti cerebrolesi muscoloidi di Hollywood, la danesina tutta tette e… e… e basta ha deciso di associarsi al club delle devote di Lourdes per chiedere un miracolo: tornare bella come a vent’anni. Non vorrei dire, ma io la Nielsen di vent’anni me la ricordo, eccome: era un mix anoressico di asse da stiro visto di profilo, orecchie a sventola stile Dumbo, e denti da castoro stile Cip e Ciop. Così era, ma non sono certa che ella alludesse a questo nel suo progetto di rinascita fisica. Si, solo quella… perché dalle boiate che le sono fuoriuscite dalla bocca non è possibile pensare a nessun altra variante.
Che dire dunque di lei? Emigrò negli USA per fare fortuna e lì – dopo aver fatto da musa ispiratrice alla Foppa Pedretti per l’appendino anatomico – si imbatté e si sbatté nelle siliconate gambe di Sly (ancora in evidente stato confusionale per la vasta gamma di ruoli recitati. Rambo, Rocky, Rambo 2, Rocky 2, Rambo 3, Rocky 3, Rambo 4, Rocky 4… e così via fino alla vecchiaia).
Dopo un paio di film che hanno lasciato traccia nei sottoscala di qualche sventurata videoteca, la carriera della nostra vacc… ehm, mucca a due zampe cominciò a subire un “imprevedibile” discesa… eh sì che più volte aveva conteso l’Oscar a Meryl Streep.
Giunta al livello “scava-scava, al quinto marito, al quarto figlio, e alla settima misura di reggiseno, Gitte è stata colta da quella che il mondo della scienza esatta definisce come “intuizione”... - femminile, ovviamente - meglio nota come la quadratura psicologica del circonferenza (il cerchio si sa è una figura piena… e lei di pieno ha solo le tette, perché il cervello ahimé è un monolocale sgombro). Ella, infatti, non essendo più soddisfatta del suo corpo ha farfugliato neurologicamente (“pensare” non è un concetto che le appartiene) qualcosa come una rinascita fisica che potesse darle nuovo slancio… e io che pensavo che un salto da un’irta scogliera potesse bastare. Mai disperare; magari un giorno deciderà di “tirarsi” anche un colpo in testa…
Siamo tutte in fremente attesa di questo giorno.
Vi dirò, non è che la notizia della Nielsen mi abbia entusiasmato, ma visto che lei si è data tanto da fare per comunicare al mondo intero il suo QI (in letale concorrenza con quella della Stone)… perché perdere questa buona occasione di parlare dello stato di avanzamento della regressione intellettiva di “certe” donne (cazzo, quanti genitivi!)? Non mi riferisco ovviamente alle comuni mortali, ma solo a quelle che hanno i soldi per far vedere quanto sono coglione… eh già perché i soldi servono davvero per tutto.
Ad ogni modo, me ne stavo tranquillamente su una banderuola di pc, quando improvvisamente mi imbattei sulla foto di codesta creatura (vedi sopra). Nessun sgomento, intendiamoci, solo una domanda, alla quale non riesco a dare ancora risposta: “perché?”
Dopo varie seghe mentali – accompagnate da corposi orgasmi creativi – sono giunta ad alcune formidabili ipotesi:
1 - Perché la nostra eroina (chissà quanta ne avrà sniffata per accettare un simile contratto) ha tutt’ad un tratto deciso di darsi al cinema gotico di stampo positivista tardo-ottocentesco (il gusto per l’orrido ha ancora qualche estimatore!);
2 - perché la carne è debole… e soprattutto cascante, floscia ed altre ameni aggettivi relativistici. Il buon Einstein aveva perfettamente compreso l’imbattibilità della forza di gravità… hai voglia di carrucole!;
3 - perché con il ricavato dalla vendita del grasso in eccesso potrà contribuire attivamente alla costruzione di un centro di benessere mentale per attricette cagne buone solo per il cinema muto (che nostalgie d’essai!);
4 - perché Playboy l’ha già prenotata per un inserto scientifico dal titolo altamente filosofico, quale: “Reminiscenze adolescenziali di una vacca al suo ultimo tentativo di risalire la china fantascientifica”;
5 - perché Sly ha deciso di fare il sequel della Mummia senza spendere un dollaro per il trucco e gli effetti speciali;
6 - perché – in fin dei conti - sono cazzi suoi… soprattutto quelli di quegli imbecilli che avranno modo di elaborare su di lei fantasia pedofile;
ma soprattutto perché il lupo ululà… e Brigitte “ululì”.
E se pensate che questo sia il peggio che ci possa aspettare… state in campana: potrebbe piovere!
Buon 2009!!!
Ps: dite alle vostre figlie e alle vostre compagne di non imitarla. La Coldiretti ha perso il suo ricorso contro le quote latte. La CE ha detto che in Italia ci sono già troppo vacche.
giovedì 25 dicembre 2008
STRANE CREATURE NATALIZIE. MA UNA VACCA PUO' GUIDARE UNA SLITTA?

Vento in poppa. La nostra invidia del pene ha il vento in poppe… grosse e polpose poppe. Ecco, sì, più o meno come la mentecatta (eufemismo estremo) raffigurata qui sopra, presa non a caso come esempio di quella che io definisco un’occasione perduta… e Dio solo sa quante ce ne siamo perse.
In questo giorni di Natale, il web è stato letteralmente invaso da di immagini come queste. In ogni angolo del pianeta virtuale è stato infatti tutto un fiorire di varianti “sexy” (altro garbato eufemismo) del coglionazzo più rosso-dipinto della storia del consumismo occidentale: Babbo Natale.
Lungi dal voler mettere in discussione i sogni di milioni di pargoletti infinocchiati fino all’età matura, vorrei invece soffermare la vostra labile attenzione – resa difficoltosa da quel pezzo di cotechino non del tutto digerito – sul perché… sul perché di codeste ambizioni.
Noi donne – si sa - siamo soggetti peculiari e non soltanto in quanto portatrici di un miserabile potenziale creativo, ma ancor di più per quell’ineluttabile bisogno di dover sempre giocare la carta sexy con piglio da coniglietta-vacca-graziosa-simpatica-froufrou-e-trallellero-e-trallallà. Alla base di quest’ambizione ci sono ovviamente un paio di convinzioni:
- la prima è che pensiamo di poter essere sempre e comunque capaci di trasformare ogni cesso ammorbante in un cesso profumato col solo uso del nostro tiepido charme, la giusta dose di lingerie rosso-porco, tette carrucolate simil-bovine e sguardo da pornostar in pensione;
- la seconda – anche peggiore della prima – è che ogni cosa appannaggio degli uomini può essere agevolmente rivisitata, copiata e incollata grazie al nostro cervello magro e al nostro bisogno di pari-opportunità a tutti costi. D’altronde – e questo lo pensiamo veramente – noi siamo capace di fare quello che fanno gli uomini… e anche meglio. Con una”simaptica” spruzzatina di peperoncino.
Insomma, qual è il problema? Non c’è nessun problema, anzi questo nostro sgambettare maldestramente con le mutandine riempite di qualche appassito cetriolo è la soluzione… la soluzione al nostro bisogno di appropriarci di qualcosa che non avremo mai. Neanche con una prodigiosa fallo-plastica.
Il punto è, vedete, che il risultato è sempre discutibile. Insomma, c’è da qualche parte del globo qualcuno realmente interessato a queste varianti uterine? Si, ok, il pisello flaccido del vostro compagno abbisogna di un aiutino… ma il Viagra non basta?
Ma la questione delle questioni è: siamo davvero sicure di aver sortito il giusto effetto?
Continuiamo a lamentarci come cagne gravide che ci maltrattano, che ci sottostimano, che ci usano, che ci vedono solo in posizione “orizzontale”, ma quello che mi chiedo è: noi cosa facciamo per opporci a tutto questo? Bella domanda, nevvero?
Da quel che si vede in giro, non solo ci mettiamo in coda per i provini, ma ci vantiamo per i nostri traguardi estetici: l’unica cosa che non saremmo mai capaci di sacrificare. Detto in altre parole, cavalchiamo l’onda… e quanto ci piace!
No, care amiche, non sono qui per farvi la morale – chi cazzo se ne fotte se la vostra posizione preferita non raggiunge i 20 cm dal suolo – quello che vorrei per questo Natale è solo un po’ di sincerità. Nulla di plateale, intendiamoci, giusto un po’ di auto-critica necessaria a capire che, se il mondo va come va, non è solo colpa degli maschi (terzo ed ultimo eufemismo), ma anche nostra. E la colpa è anche nostra perché non siamo capaci di restare vestite davanti ad un uomo? (nessuno ci obbliga… se non il desiderio di metterla in quel posto alla nostra nemica del cuore)
Ancor di più vorrei comprendere perché - anche quando dovremmo essere interamente vestite di rosso, bardate di soffice pellicciotto bianco, coperte da una folta peluria bianca - ci presentiamo in codesto modo?
Qualcuna, ovviamente, potrebbe obiettare che se fossimo così nessuno ci distinguerebbe da un uomo. Ottimo, e non è questo quello che volevamo? Non volevamo essere come gli uomini?
E d’altronde solo qualche sgallettata pensionata potrebbe esigere da Babbo Natale un pacco dono turgido e durevole.
Insomma, io continuo a non capire: questa processo di “sexyzzazione” del tutto-cosmico non lo capisco davvero. Perché questo bisogno di essere vacche-forever? Non sarà per caso che assecondiamo semplicemente la nostra indole? Non sarà per caso che sentiamo tutto questo coerente con il nostro modo di essere?
C’è qualcosa che mi sfugge, lo confesso.
Buon Natale. Anzi no… non vorrei proprio avervi sulla coscienza. Il mio psicanalista dice che sono prossima alla guarigione e che non devo esagerare con i sensi di colpa... potrebbe piacermi troppo.
domenica 14 dicembre 2008
A NATALE, REGALATI UNO STEREOTIPO
“A Natale bisogna essere più buoni”. Io questa frase me la sarò sentita ripetere si è no una volta l’anno negli ultimi trentacinque (quando andava bene) , ma quest’anno, differentemente dall’opaca acquiescenza degli anni precedenti, ho deciso di voltare pagina, decidendo repentinamente di ribellarmi a questa gran cazzata dell’albero, del presepio, dei cenoni interminabili… ma soprattutto delle palle di Natale.
C’è chi tutti gli anni ne compra una mezza dozzine per rimpinguare lo sguarnito fuscello di plastica, c’è invece qualcun altro – me per esempio - che aspetta Natale per svuotare gli armadi e l’anima di quelle palle che anno dopo anno riempiono copiosamente la propria coscienza.
Io quest’anno mi sono regalata una vagonata di sincerità… e un badile; la prima per mettere a nudo alcune false verità storico-culturali, l’altro per seppellire il più alto numero di coglionazze patentate - dotate di SUV - graziosamente denominate “mamme d’oggi”.
Il detto recita ”di mamma c’è ne una sola”… ed io ogni volta mi ripeto ossessivamente “Per fortuna! Per fortuna!!!”. Questo è infatti uno di quegli strani momenti della vita in cui ringrazio Iddio per averci dato di default questa enorme BOTTA DI CULO. Perché, diciamocelo francamente, nulla è più nocivo al mondo delle mamme… dopo l’amianto.
Vi starete chiedendo – ma forse già lo immaginate – perché questo travaso di bile uterina ad una settimana esatta dalla evento più improbabile che sia mai stato elaborato da una mente malata autorizzata per intercessione divina. Beh, datemi il tempo di spiegare, ma prima consentitemi una piccola digressione.
Al termine dei miei lunghi e penosi studi sociologici, credo di aver finalmente identificato le due principali macro-categorie di donne: le single e le sposate. La grande differenza che le separa non è – come potrebbe facilmente essere dedotto – un cerchietto di stupido metallo al dito recante una data che la maggior parte vorrebbe successivamente dimenticare, quanto un’idea… o come la chiamano gli aziendalisti, una vision.
Nelle prime – nelle single – c’è un’idea di “discontinuità”; c’è infatti un desiderio di “rottura” (e quanto rompono le single è noto a tutti), di evoluzione, di emancipazione… di futuro. E questo futuro è solitamente qualcosa di avveniristico dove non c’è spazio per i retaggi culturali, per asimmetrie socio-culturali, per la limitazione del potenziale che ognuna di noi sente come il fattore X della propria vita.
Nelle seconde, c’è invece un’idea di continuità, di tradizione, di saldo ancoraggio ai principi regolatori della vita sociale e biologica. In altre parole, c’è in loro un desiderio di mantenimento dell’identità forte… e più in generale un’idea di mantenimento. Il loro.
Il punto nodale di tutta la questione è che, alla fin della fiera, mentre il primo modello appare a tutte seducente, il secondo risulta alla fine quello vincente. E questo per un eminente motivo: mentre le prime si iscrivono al circolo delle Pari opportunità, cazzeggiano in ammorbanti disquisizioni filosofiche su chi sia il più forte e la prima della classe, se la tirano… e professano obbligate astinenze (chi vuoi che se la fili una cessa logorroica?); le seconde si limitano a sfornare figli e figlie a loro immagine e somiglianza, contribuendo a mantenere inalterato lo status socio-culturale con il semplice uso del passa-parola. E poi dicono che le casalinghe non fanno un cazzo dalla mattina alla sera…
Per tornare a bomba (me le dia tutte, oggi prevedo un genocidio di genere), questa mattina deambulavo pigramente per gli affollati corridoi di un supermercato qualunque per fare un po’ di spesa, quando ad un tratto mi tornò alla mente di dover necessariamente comprare un pensierino per la figlia di una cara amica. Per adesso.
La ragazzina è tanto caruccia: un vero condensato di dolcezza e sorrisi spensierati, una bambina a cui non si può dire di no. E così, con il sorriso stampato sulla faccia e tutte le sane intenzioni del caso, mi avventurai nei corridoi riservati ai giocattoli. Vi giuro, non l’avessi mai fatto. Nell’arco di una manciata di secondi il mio sorriso cominciò a perdere il suo smalto per trasformarsi nel più orrendo degli incubi ad occhi aperti: corridoi improvvisamente scoloriti in un monocromatico rosa shopping che indulgevano, quando andava bene, ad un più intenso lillà. Ma questo era niente: fatine griffate, atletiche e siliconate pretty-girl, principesse, sirenette spuntavano da ogni rosea confezione recante il marchio CE… come dire che non sono tossiche. Certo se le mangi non ti succede nulla, ma se ci giochi vedrai che qualcosa ti succede…
E poi c’erano in bella mostra tutti i tipi più avveniristici di necessaire per crearsi i gioielli di plastica (siamo abituate alla bijouterie) , per fare deliziosi manicaretti col cucina portatile, per rifarsi le unghie a mo’ di puttana thailandese, per decolorarsi i capelli (tutti le bambole sono bionde. Mah!), per tatuarsi il corpo di fatine glitterate, per fare la mamma della bambina della bambina, l’infermiera, la parrucchiera, la stilista, l’adescatrice di uomini più anziani, la badante, la maestra. Insomma: un condensato di strumenti-ancora capaci di affossare anche la più promettente delle femministe nonché di annebbiare la più chiara idea di evoluzione culturale.
E il lavaggio del cervello continua con l’abbigliamento – tutto rosa, neanche a dirlo – per continuare con gli accessori rosa del PC, la macchina fotografica… il tutto condito da tulle, organza, profumo di fresie, rosso fragola.
Non un oggetto sembrava neppure vagamente ipotizzare una scelta intelligente, un’alternativa valutabile. No, La cosa più drammatica di tutto il quadretto era ovviamente le mamme, improvvisamente divenute le appassionate consigliere del gusto… e le più agguerrite detrattrici dello spirito critico. Almeno fino a 14 anni.
A partire da questa età, le mamme – le stesse di cui sopra, ma con un colore di capelli più finto di prima – cominciano infatti a chiedersi come mai la propria figlia si diventata così mignotta… e soprattutto così precocemente. L’invidia, si sa, è il tratto caratteristico di noi donne… e di certo la matematica non è mai stata la nostra materia preferita, perché forse una preventiva, semplice somma di tutte le minchiate, le idee preconcette, gli stereotipi le avrebbe aiutate a capire che forse non sono gli uomini a non consentire l’evoluzione di un modello culturale. Le donne di oggi, sono le bambine di ieri… e da quando in quando l’educazione è stata in mano agli uomini? Si care amiche, smettiamola di addossare le colpe delle nostre sconfitte agli uomini; ci piace portare la gonna, sempre o a convenienza, ma non siamo neppure cerebralmente pronte ad ammettere che la fossa ce la scaviamo benissimo da sole.
Ci piacciono i vantaggi dell’essere donna, ma urliamo “discriminazione” se gli altri ci vedono come noi siamo.
È questa la nostra sconfitta, e le cose non cambieranno finché non ci ostineremo a sviluppare operazioni culturali dotate di senso: cominciamo dunque a boicottare le case produttrici di giocattoli, le riviste che dipingono come noi non vorremmo essere, a fare lavori diversi, a truccarci e profumarci di meno, a fare meno le puttane.
Cominciamo ad essere davvero coraggiose. Facciamolo davvero perché, fintanto che percorreremo questa strada, il totale della somma sarà sempre e soltanto una bambola di gomma. E neanche di buona qualità.
Buon Natale
domenica 7 dicembre 2008
A NATALE... NELLE VOSTRE COSCIENZE. NON SI SA MAI... POTREBBE SERVIRE

Le mie editor(s) si sono divertite a cercare di stemperare il linguaggio acidulento del mio libro d'esordio. Io gliel'ho impedito.
Ad esser sincera stavano quasi rischiando un esaurimento uterino. poi, alla fine, si sono divertite anche loro.
domenica 30 novembre 2008
25 NOVEMBRE: GIORNATA PER LA LOTTA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE. IMMANE CAZZATA!!!

Eh già, è proprio così, il 25 novembre è stato scelta per celebrare la lotta contro la violenza sulle donne. La notizia – vi dirò – mi ha lasciato perplessa anche perché stavo cercando di capire se nel medesimo dannato calendario esistesse un equivalente giorno in cui si celebra la lotta contro la violenza sugli uomini. Ho controllato, e tale data non esiste. Cazzo, proprio non esiste… e questo non va.
Siamo sempre state certe della violenza da parte degli uomini, ma chissà come mai questa stessa consapevolezza non ci investe in quanto portatrici di un’eguale o forse anche più efferata violenza… quella sugli uomini. Sarà forse perché in noi c’è sempre stata quella naturale predisposizione innata a sentirci vittime del tutto; del maschio, della cellulite, del doppio lavoro, delle responsabilità, delle fregature affettive, della depressione. Sarà… ma io credo che tale giorno non esiste per due eminenti motivi: il primo ha a che fare con il fatto che gli uomini non se ne vanno in giro a lamentarsi… come femminucce. Il secondo riguarda invece la peculiarità della violenza femminile.
La psicologia chiarisce infatti che gli uomini sono di certo più diretti nell’espressione dell’aggressività: ti mollano un sano ceffone, ti scompigliano il make-up falso-battona, ma poi tutto sommato ritornano nei ranghi. Il punto a loro sfavore è ovviamente la visibilità del loro “torto”. Quell’occhio nero non è infatti sfuggito allo sguardo strabico di una qualsiasi cretina di vattelapesca centro sociale a protezione delle donne indifese, le quali, con interviste e oculate perizie, si limitano a costatare gli effetti piuttosto che indagare le cause. Risultato dell’intera operazione? Un oscar alla carriera per la miglior interpretazione in assoluto dopo quella di Francesca Dellera ne “La Bugiarda”.
Noi ragazze, per converso, non solo siamo sempre solite parlare del mostro che è fuori di noi senza nemmeno avere il minimo sindacale di autocritica tale da consentirci sgamare “l’assassina che c’è in noi”, ma neanche la capacità critica di capire il perché di quell’occhio stile panda-in-estinzione. No, nulla di tutto questo. La ragione – come le rimanenti virtù teologali stampate nel nostro DNA di default – è sempre e soltanto una nostra opzione… e noi di certo non ci lasceremmo sfuggire l’occasione di rivendicarla in ogni situazione. È un po’ come quando i neri assumono sempre e a torto di essere sempre e comunque loro le vittime delle discriminazioni, anche quando le cose vanno diversamente. E siccome la nostra creatività non ha limiti, anche quando siamo noi dalla parte del torto, invochiamo la legittima difesa.
Il punto è , cari amici e pessime amiche, che nella realtà delle cose la nostra aggressività si caratterizza per la silenziosità delle sue armi e per l’agire indiretto. Si, è vero, non è una violenza che genera effetti visibili, ma è pur sempre una violenza… e di certo i suoi effetti hanno una “durata” ben più lunga di un ematoma. E noi questo lo sappiamo. Sappiamo ad esempio – e questo lo sperimentiamo quotidianamente con le nostre pari-stronze amiche e colleghe - che ciò che ferisce non è certo un gesto diretto, chiaro e lampante, quanto un mezzuccio, un dispetto, un’angheria, una parola sbagliata al momento giusto. Non serve altro.
E allora forse, se vista sotto questa prospettiva, la questione assume un rilevanza del tutto diversa e inaspettata: la violenza di cui siamo capaci è l’unica cosa da cui occorre davvero difendersi. Il carico di odio e di astio che sappiamo portare dentro è spesso la causa principale che alimenta e che esaspera le tensioni. Il fatto che non siamo capaci di sferrare un pugno non significa nulla, anzi significa solo che i mezzi che useremo sanno perfino più taglienti e distruttivi di un qualsiasi delle armi utilizzate in uno scontro frontale.
E dunque torniamo a questa storia del 25 novembre, e a tutte le altre cazzate di cui la nostra cara ministra Carfagna si fa paladina. Oh, a proposito, se di certo potremo difenderci dallo stalking – anche ammettendo che siamo solo noi donne a subirlo (tutto da verificare) – cosa potrà difenderci dalle male lingue, da quei micro-comportamenti che proprio danno sui nervi, dalle insinuazioni fatte col sorriso largo, dagli atteggiamenti che ledono l’orgoglio e la dignità personale, dalle mise da mignotta che sappiamo esibire… e da tutti i rimanenti orrori a portata si silenzio che sappiamo all’occorrenza generare con incurante o falsa ingenuità?
La risposta è una sola: nulla e nessuno.
E allora smettiamola di creare falsi miti: quello della vittima tutta al femminile è qualcosa a cui credono (forse) solo gli uomini.
È giunto il momento di evolversi care amiche; miagolare e lamentarsi poteva forse ingannare qualcuno, ma io penso che proprio dovremmo smetterla. Io proprio non ce la faccio più!!! E voi?
sabato 8 novembre 2008
SARAH QUEL CHE SARAH... UN FALLIMENTO GLOBALE

La prima della fortuna serie dal titolo “come mi suicido pubblicamente” è stata Miss-perfezione Ségolene Royal: abitino da professoressa, moglie perfetta, vocabolario aulico perfettissimo… tutto perfetto. L’unica imperfezione era quel monolite di venti metri su cui amava ergersi in pieno stile Bernardette. Gli uomini la votarono, sperando di poter fare a lei quello che la Lewinsky fece a Bill Clinton, ma le donne francesi la boicottarono; va bene farsi mettere i piedi sopra da un uomo (ci siamo abituate, no?!), ma un paio di tacchi a spillo… no quelli proprio non avrebbero potuto sopportarli. Che dire? Ségò ha capito in pieno la lezione, altrimenti non si spiegherebbe il nuovo look da samaritana scalza finto-Joan-Baez-in-pieno-Woodstock. Mia sorella – quella con l’Alzheimer – si veste alla stessa maniera e, da che ha smesso anche lei di rompere le scatole in giro, ha ritrovato se stessa. E non è la sola: un anno fa una pattuglia anti-vagabondaggio l’ha riportata a casa dopo un lungo e confuso pellegrinare alla fiera del bianco. Due settimane dopo il tragico evento fu eletta sindaco nel comune di Petralia Sottana.
La seconda in ordine cronologico è stata invece “miss-cieca-di-Sorrento-made-in-USA”, al secolo Hillary Clinton. Nella sua lunga vita ha infatti finto di non aver visto nulla, e men che meno quel bavoso di suo marito sbrodolare penosamente sul vestino azzurro della dolce Monica dalle promettenti doti oratorie… e come superava gli esami orali lei, non lo faceva nessuna. Quest’anno, a dieci anni dal pompino più proficuo della storia, la dolce Hillary ha cominciato a deambulare tra una convention e l’altra (in compagnia di un cane lupo crociato sul dorso) in cerca di un riscatto personale. Ma si sa, quando le cose vanno già male, spesso continuano ad andar peggio: accecata dall’ambizione di fargliela vedere a quel bietolone panciuto ha dimenticato che al contempo l’avrebbero vista anche tutti gli ipotetici elettori. Risultato dell’intera operazione: un conato collettivo di proporzioni simili ad uno tsunami di modeste dimensioni, un marito annoiato e una figlia più cessa di prima (certe mise non le vedevo più dall’ultimo catalogo della Postal market). Sul versante personale, invece, Hillary non ha “visto” nemmeno un voto. Quando si dice il destino…
Ma io, vi dirò, io sarei stata magnanima; io il mio voto gliel’avrei dato… io avrei votato per il Braille.
Nella corsa verso la Casa Bianca (certi retaggi culturali sono duri a morire in fatto di ambizioni domestiche) è poi spuntata lei, Miss-porco-col rossetto-Palin. Fino a qualche mese fa nessuno la conosceva… a parte un manipolo di cerebrolesi dal neurone congelato, che l’avevano fatta governatrice dei bastoncini findus dell’Alaska. Colta dalla sindrome dell’assistente sociale rumena, ha pensato bene che il suo futuro potesse essere tra le braccia e le gambe dell’incartapecorito-ultra-settantenne McCain, sperando di poter godersi il “meritato” potere dopo la sua rapida dipartita.
Abbracciata affettivamente ad un mitra caldo di spara-minchiate elettorali e ad un rouge-gloss n.16 dell’Avon che le dava tanto un’aria da esperta sado-maso per ospizi allegri dal nome accattivante situati in quel di Via-Gra, la nostra donna-donna-uoma dalla vagina letale si è presentata al pubblico statunitense per riequilibrare l’odore di formalina emanato dal toupet del jurassico McCain.
Dopo gli ovvi quanto fragili entusiasmi per la novità scaturita dalla coppia “pornoinfermiera –dentiera rincoglionita” che si sarebbe assicurato almeno il voto di tutte le badanti d’America, le cose hanno cominciato ad andar male… a tal punto che, dopo l’ennesima esternazione di vagina-power e primadonna della piéce – McCain ha pensato di trombarla in itinere, cercando di limitare i danni di un’immagine poco autorevole e vincente. La Palin sperava infatti di convincerci che fosse giunto il momento del remake di Wonder Woman, ma soprattutto che bastasse sventolare il binomio mitra-vagina per conquistare gli indecisi e insabbiare la portata della sua inesperienza politica.
Il giorno prima delle primarie, congedandosi dal palco dell’ultima convention, miss Piggy ha biascicato un flebile: “spero di risvegliarmi alla casa bianca”. Mai previsione fu più azzeccata: la casa bianca c’era… eccome, ma sfortunatamente c’erano anche una paio di croci rosse affisse all’esterno e un enorme scritta indicante “per le camerette imbottite, per di qua!”. Le persone a lei più vicine hanno confermato che tutto sommato “l’ha presa bene” (la vasellina offerta dal partito repubblicano ha sortito il suo effetto) e che ha messo un’ipoteca sulle elezioni del 2012. Non saprei, ma credo che tra quattro anni, oltre all’ipoteca dovrà fare anche un bel mutuo a tasso variabile… per la quantità di rossetto che le servirà per ripristinare la sbobba che ci ha propinato quest’anno.
Questi i fatti. Adesso passiamo ai commenti.
La storia ci ha insegnato – oggi sono molto erudita – che qualcosa non è andata nel verso giusto. Dalla Francia agli USA un’eco si spande portando con sé la buona novella: il modello culturale prodotto dalle nostre nonnine in quest’ultimo secolo si è rivelato fallimentare. Molto. Troppo.
Urge quindi una riflessione, o meglio una riorganizzazione cognitiva della mappa; insomma, dopo esserci incamminate alla ricerca del tesoro, l’unico tesoro che abbiamo trovato è stato un perentorio messaggio dal mondo maschile “tesoro, non rompere i coglioni, i fornelli sono là e la scopa è nello sgabuzzino!!!”
Fuor di metafora, non siamo riuscite a convincere nessuno… o meglio nessuna. È questo infatti il nostro più grande errore. Insomma che gli uomini, i maschi, non credessero in noi ci era ben chiaro dal brodo primordiale, ma che non ci credessero nemmeno le donne… ecco questo lo abbiamo scoperto adesso. Non è chiaro se si tratti solo di assenza di solidarietà tra donne, quel che è certo è che non siamo pronte per alcun sorpasso culturale. E questo soprattutto perché il modello del girl power non solo non incanta, ma non incarna nessuno nuovo ideale… è solo aggressività e desiderio di rivalsa, ma in sé è un’immagine vuota che si sbriciola al minimo accenno di razionalità: sostantivo femminile, ma solo sul dizionario.
Non è più tempo di alibi e di false identità.
A proposito, non chiamatemi più Amanda… il mio nome è Nash. John Nash
domenica 26 ottobre 2008
LA DONNA CHE NON C'E'...

Spesso me lo sono chiesto anche io, e finalmente credo di aver trovato la risposta. Ma andiamo per gradi, altrimenti io che ci sto a fare qui?
Se, come credo, siete rimasti sgomenti davanti all’immagine di cui sopra sono certa allora che cominciamo già ad intenderci… perché, a dire il vero, io le donne le vedo proprio così: monche.
Intendiamoci, quella a cui mi riferisco, non è altro che un’immagine mentale; è la rappresentazione simbolica di come apparirebbero le donne se le stesse riuscissero a proiettare la propria immagine su una parete bianca.
Vi starete adesso chiedendo come faccio a conoscere, a discernere, questa immagine se ogni donna la porta dentro sé? Diciamo pure che non ci riesco, e che non sono neppure dotata della capacità di leggere nel pensiero altrui.
E dunque? E dunque io ci riesco, limitandomi semplicemente ad osservare.
Ora, tornate per un attimo a riguardare il corpo della donna raffigurato in alto… e ditemi cosa vedete?
Non so voi, ma io vedo semplicemente una donna in posizione pronta ai blocchi di partenza, ma vedo anche una donna senza gambe.
La nota dissonante è invece la “qualità” della sua ambizione: fuori dalla sua portata… dalle sue possibilità.
...E poi vedo una paio di protesi. Sapete voi cos’è una protesi? La protesi è in genere un “prolungamento”; è l’estensione concettuale delle capacità non possedute dalla persona che le indossa.
E così, una sedia a rotelle aiuterà il suo utente a spostarsi; un apparecchio auricolare a sentire; una dentiera a mangiare… un telecomando ad accendere il televisore, un’auto a spostarsi, una forchetta a mangiare.
C’è però una cosa che non mi convince, anzi una serie di cose che non mi convincono: un colore fasullo di capelli, un colore fasullo sulle labbra, un colore fasullo sulle guance, uno sugli occhi, un profumo fasullo, un paio di ciglia fasulle, un set di unghia fasulle, un colore fasullo sulle unghia fasulle. Poi la lista del fasullame si arricchisce di altri elementi: un reggiseno che solleva, che spinge, che stringe; un tanga che scoscia… una guaina che modella. E ancora: un po’ di silicone qua, un po’ di botulino di là, una liposuzione dall’altra parte, uno zigomo smussato, un setto nasale piallato, qualche costola in meno, un imene riverginizzato.
Le donne in questo ultimi due secoli hanno imparato a far uso delle protesi, e in certo qual senso hanno incominciato a provarci gusto…, anzi hanno provato gusto a vedersi sempre più incomplete, e per converso sempre più bisognose di protesi che le aiutino a “ripristinare” qualcosa di perso.
Il punto, vedete, non è cosa “sarà” la donna nella foto grazie alle sue protesi, ma cosa “è” in realtà la donna senza.
Nulla. La donna senza le sue “belle” protesi non è nulla… nulla che valga la pena di amare. La donna oggi è solo un’accozzaglia di sovrastrutture tenute insieme dall’ambizione di apparire qualcosa che non è: è solo suprema vanità, vanità allo stato puro; inutile dispendio di energia vitale.
E per chi avesse voglia di un salto nella più ammorbante spazzatura culturale femminile, ecco bello e pronto l’ultimo ritrovato in fatto di superfluo protesico.
Fare ginnastica sui tacchi a spillo. È la nuova specialità dell´estate introdotta nelle palestre milanesi. Questa tecnica, che spopola in America, è amatissima da donne super mondane come Paris Hilton e Victoria Beckham ma è praticata anche da attrici meno esibizioniste come Julia Roberts che, in palestra, tonifica il fisico issata su tacchi altissimi. Lo stretching delle dive è sbarcato a Milano nel circuito del Virgin Active di Corsico e Bicocca ma sta prendendo piede un po´ dappertutto. Complice la moda che, dopo aver regalato alle donne la comodità delle ballerine ultrapiatte, adesso cambia registro e rilancia i tacchi da vertigine dai 10 ai 12 centimetri, quelli che mettono a repentaglio la caviglia.«Imparare a stare sui tacchi a spillo è un ottimo allenamento per ritrovare sicurezza e femminilità - spiega Lucia, allenatrice al Virgin Active - questa è una ginnastica che fa bene alle gambe e migliora anche l´autostima». Lucia, fisico da cubista, esperta di fitness ed estimatrice della cultura zen, la prima cosa che insegna è quella di avere un portamento fiero e consapevole. «Le donne che non hanno familiarità con i tacchi tendono a buttare in avanti spalle, sono disarmoniche e sbilanciate - spiega - invece per camminare bene basta mettersi davanti a uno specchio, tenere gli addominali e i glutei contratti con le spalle abbassate e il collo proteso verso l´alto». Lucia assicura che una volta imparata questa tecnica «basta mettere un piede davanti all´altro, con il ginocchio leggermente piegato, e si fa concorrenza alle modelle». Imparare a camminare è fondamentale ma non basta. Lo stretching sui tacchi a spillo, se praticato con costanza, allunga la muscolatura delle gambe, dal polpaccio alle cosce, e le rende anche più sexy. «Questa è una pratica che può contribuire a scolpire la gamba - racconta Lucia - Sharon Stone è una tra le più convinte sostenitrici di questi esercizi. Le sue gambe sono toniche e sensuali allo stesso tempo. E i tacchi sembrano naturalmente incorporati nelle sue gambe». Ma per raggiungere i risultati di Sharon Stone ci vogliono parecchie lezioni. Bisogna avere la costanza di passare ore e ore in palestra, sottoponendosi a esercizi che servono ad allungare e a rendere più sottili i muscoli. Il tutto senza mai dimenticare di portare in palestra i tacchi a spillo, perché senza quelli la lezione non si comincia neppure.
Sto per avere un orgasmo di misoginia. Cazzo se siamo messe male!!!
domenica 19 ottobre 2008
LE PENE DELL'INVIDIA. E VICEVERSA

Il terzo millennio, infatti, non è solo lo spazio temporale riservato al surriscaldamento del pianeta, all’inquinamento e alle malattie globali sessualmente trasmissibili; è anche il millennio delle sofferenze delle donne. Se l’uomo – quello col pennuto tra le gambe – ha decisamente incrementato il proprio livello di soddisfazione e di autorealizzazione sociale, la donna ha, per converso, percorso una strana parabola interiore che l’ha portata ad una sempre maggiore insoddisfazione.
L’articolo, scritto da autorevoli menti scientifiche dopo quasi un decennio di rilevazioni sul campo, si pregia di riportare una classifica delle cose e delle situazioni che maggiormente caratterizzano le pene delle donne oggi. Dopo molteplici elaborazioni statistiche sulla base di un modello di analisi fattoriale bi-variata è stato individuato senza alcun margine di errore il motore, il fattore, delle pene: l’invidia.
Come è ben noto si caratterizza come desiderio ambivalente: di possedere ciò che gli altri possiedono… il che esemplifica il ben noto concetto “dell’invidia del pene”, di cui parleremo tra poco. L'enfasi è, quindi, sul confronto della propria situazione con quella delle persone invidiate, e non sul valore intrinseco dell'oggetto posseduto da tali persone, e questo è soprattutto vero se si considera che l’intimo desiderio di una donna è quello di avere anche solo per un giorno la possibilità di appropriarsi di quel generoso (oddio, avercene) pacco dono biologicamente dato ai maschi. Infatti, benché molti uomini non sappiano che farsene (oltre che scuoterlo vigorosamente dopo una goduriosa minzione) l’ammontare dell’invidia non sembra subire un decremento, anzi.
È interessante, poi, considerare l'invidia come il peccato "opposto" alla superbia: mentre la superbia consiste in un'eccessiva considerazione di sé, l'invidia è caratterizzata da una bassa autostima e da una concezione esagerata degli ostacoli e delle difficoltà… e vorrei ben dire. Insomma, hai voglia di ipotizzare il trapianto di un cicciolo mal tolto ad un cadavere ancora caldo di rigor mortis… La questione infatti non ha realmente a che vedere con l’appropriazione , quanto con tutto l’insieme di simboli che questa portentosa minchiuzza porta con sé: secolare potere, spalle larghe geneticamente modificate, peli superflui che nessuno noterà, igiene intima trascurabile. Il punto è quindi che essere uomini ha i suoi vantaggi (a parte un notevole risparmio in inutili cosmetici) , e come ogni buon saldo di fine stagione tutte le donne vogliono metterci le mani sopra.
L'invidioso (invidiosa è più appropriato, ma insinua il dubbio che io ce l’abbia con le mie pari-stronze) può rivolgere la propria invidia non solo verso oggetti materiali, ma anche verso presunte doti possedute dall'invidiato: per esempio, una particolare avvenenza, intelligenza o capacità, uno spiccato fascino. Ma cerchiamo di non essere troppo ottimisti: queste doti negli uomini non esistono, ma noi donne amiamo immaginare che essi li posseggano. Infatti, le donne sono generalmente invidiose di tutti gli uomini, e in un certo qual senso, non appena possono, cercano di modificarsi fisicamente e caratterialmente nel tentativo di riprodurne le fattezze.
In questo ultimo secolo ne abbiamo viste di tutti i colori: donne che si vestono da uomini, donne muscolose come uomini, donne che nel lavoro imitano gli uomini, donne che odiano le donne come gli uomini (e forse anche di più), donne che sviluppano modi da uomini (se avete mai visto una lesbica pisciare… sapete bene di cosa parlo), donne che modellano il loro potere sullo stile degli uomini. Detto in altre parole le donne sono massimamente delle scimmie: esseri inferiori che non sanno fare alcunché di originale, salvo che convincersi che solo in questo modo piaceranno agli uomini.
Dopo vari tentativi, e conseguenti fallimenti, le donne hanno appreso - dopo circa un secolo – una nuova strada; visto che non potevano farsi tutte il trapianto del cazzo e del cervello, hanno iniziato a reagire malamente, disprezzando e sminuendo l'invidiato, perché, ai loro occhi, questo è colpevole di evidenziare ciò che l'invidiosa non ha: una naturale inclinazione ad essere maschio senza nessuno sforzo.
Negli anni ’90 abbiamo invece assistito al girl-power: un’orda di sgallettate rese euforiche da una malsana auto-adorazione condita da opportune sniffatine di genuino lesbismo. L’evoluzione stilistica (che eufemismo!) della non-catante Madonna (che ottimismo!) rende chiaro questo passaggio, e se vi siete persi/e qualcosa vi consiglio la biografia non-autorizzata scritta dalle sapienti mani del fratello della non-voce della pop music.
Ora, se è vero che l’invidia del pene è una legge universale, è stato anche chiarito che nella maggior parte dei casi l’invidia è rivolta verso lo stesso sesso: gli uomini invidiosi lo sono, in genere, di uomini e le donne di donne. Dal lato femminile, l'invidia, che per i secoli addietro verteva quasi esclusivamente sull'avvenenza e sulla capacità di seduzione, da qualche decennio a questa parte, con il cambiamento del ruolo che la donna riveste nella società, ha cominciato ad "accostarsi", per molti aspetti, a quella degli uomini. (aspetti economici, politici, patrimoniali, professionali, culturali, intellettivi, sessuali)
Saltiamo a piè pari tutti questi aspetti e concentriamoci solo su quelli politici, poiché in questi ultimi anni l’agorà si è spostata definitivamente sulle assurde e anguste stanze del mondo politichese in avanzato stato di decomposizione morale.
Negli ultimi mesi soprattutto, il teatrino dello scontro delle donne si è spostato tra il parlamento e la televisione, evidenziando una coppia di eroine e morfine da tempo in singolar tenzone: la Carfagna e la Guzzanti.
La prima quasi orba, a tal punto che per vedere l’ordine del giorno del camera dei deputati deve avvicinarsi a preoccupante prossimità da qualsiasi pantalone maschile non più alto di un metro. E si vede che orba soprattutto perché in ogni fotografia appare con gli occhi sgranati e imploranti, manco se non mangiasse da tre mesi… o non scopasse da due anni. E credo che si tratti di quest’ultima ipotesi; sapete, dopo il trauma cranico di trovarsi davanti il penoso e rugoso divin augello del cavaliere servito carpon carponi, penso che a qualunque donna passerebbe la voglia di pasti caldi e di mucillagine.
La seconda invece ci vede benissimo, e ci vede talmente bene da risultare quasi scomoda. Il troppo stroppia… soprattutto se questo va in contrasto con il lavaggio del cervello agito dalle tv (ormai monopolizzate da un gruppo di esseri che ci vorrebbero solo dei perfetti consumatori abbalenghiti dagli sconti e dalle vendite video-trasmesse).
Dopo una serie di scaramucce, in cui la Guzzanti sparava il vero e la Carafagna negava l’evidenza siamo giunte ad una delle più eclatanti performance di femminile psicologia. Qualche settimana fa, prima che la bronchite mi tranciasse la mano (lo so, speravate in una mia dipartita) , nel corso di una puntata di Matrix la Carfagna, intervistata da Mentana, nel tentativo (forse) di giustificare a suo modo la condotta della comica ha in realtà tirato una bordata niente male, definendola sostanzialmente instabile di mente: «L'ho citata in giudizio e sono in difficoltà perché la signora Guzzanti mi fa compassione. Poveraccia, non credo sia una persona solida, mi sembra fragile mentalmente».
Il tono caritatevole della Mara – tipico delle soap di canale 5 o di rete 4 – sembra quasi darle ragione… nel senso che, agendo su uno dei comportamenti tipici delle invidiose (lei d’altronde un cervello non ce l’ha mai avuto), tenta di denigrare la Guzzanti con stupide frecciatine neanche buone per farci un bonario sorriso. Infatti ella, non avendo alcuna argomentazione al suo arco non può certo controbattere. No, può soltanto fare, come farebbe qualsiasi stupida invidiosa: colpire irrazionalmente, sperando di fare centro.
Non contenta della portata delle sue minchiate cosmiche e dei suoi giochini infantili, la ministra delle pari-stronze minorate ha colto la palla al balzo (in questo è bravissima… soprattutto con le palle “basse”) confessando, con un latrato molto simile a quello della più nota Goretti, il suo scoramento in merito alle insinuazioni sui suoi rapporti con il Cavaliere: «Ho notato molta invidia da parte delle donne».
Gent.ma Carfagna, io non sono un’esperta di pompe a domicilio, ma mi consenta una piccola domanda: ma di cosa dovremmo essere invidiose? Il Cav non è mica Rocco Siffredi… e di certo noi non ci sbraneremmo per un giocattolino di così modeste dimensioni. E poi, scusi, niente di ciò che la riguarda è passibile di invidia. La sua incredibile evoluzione da velina a ministra non convince nessuno: le mancano le argomentazioni.
Non aggiungo altro. Non serve.
Cordiali saluti
sabato 4 ottobre 2008
DA 154 A ZERO (titolo altamente filosofico)

Le ultime teorie sul Alzheimer affermano che essa sia una patologia a carattere degenerativo del sistema nervoso centrale. L'esordio sintomatico è a carattere "insidioso": i primi sintomi sono lievi, sono difficili da riconoscere e da distinguere dalle disattenzioni di una persona anziana sana. Anche nel momento in cui si riconosce il carattere patologico di alcuni comportamenti non è semplice arrivare ad una sicura diagnosi differenziale, in quanto alcuni sintomi sono comuni ad altre patologie, quali la depressione e la demenza multiinfartuale.
All’ultimo simposio svoltosi a Hollywood, gli scienziati hanno presentato i risultati su uno studio imperniato sulle differenze di genere. Il convegno, per la portata delle sue scoperte, è stato condotto a porte chiuse onde evitare il collasso dello showbiz… nonché il crollo degli esosi cachet di alcune tra le più illustri star… dell’omonimo brodo. Brodo vegetale, ovviamente.
Oh, a proposito di vegetale, mi vengono in mente le strabilianti performance neuro-vegetative di uno dei testimonials chiamati giustappunto in causa sull’argomento “sintomi dell’azzeramento intellettivo in attrici sprovviste di slip”. Io non c’ero, ma vi assicuro che un mio amico che avuto l’estrema sfiga di presenziare, ha assistito a delle scene di panico, e questo soprattutto perché da che mondo è mondo le attrici americane pur di presenziare e di farsi vedere in pompa magna (in flagrante fellatio a Giuliano Ferrara) non si perderebbero neppure il varo di un pattino sulla spiaggia di Rimini. E chiaro?!
Nonostante la ressa, gli spintoni e i calci negli stinchi ad opera di prestigiosi decolleté tacco 20 (di gran moda quest’anno per chi ambisce al suicidio da Trinità dei Monti) alla fine l’ha sputata Sharon. Ariel, Ariel Sharon. Ariel Sharon, ex premier israeliano, era stato invitato, ma all’ultimo momento, visto il protrarsi del coma dovuto ad un aneurisma cerebrale (2006), ha dovuto declinare l’invito… e così, giusto per non rifare tutti gli inviti e i segnaposto al pranzo d’onore gli organizzatori hanno invitato un altro Sharon.
Stone, Sharon Stone.
Colpita da aneurisma qualche anno prima (2001), Sharon condivide con Sharon un aneurisma di troppo, ma ella – l’eroina di mille flop cinematografici – non è stata così fortunata… e nemmeno noi. Noi spettatori intendo.
Chi non ricorda il favoloso accavallamento di gambe senza slip di Basic Instict? E chi non ricorda il favoloso accavallamento di gambe senza slip di Basic Instint 2? Si, lo so, spesso la carriera di una vera attrice si evolve lungo un continuum recitativo di altissimo spessore nel tentativo di assomigliare alla recitazione di Manuela Arcuri o a quella di Francesca Dellera. Fortunatamente c’è il doppiaggio e allora qualche attricetta riesce a "far-la Franca". Valeri, Franca Valeri.
Ad ogni modo, credo che sia stata la folgorante carriera dell’attrice ad aver spinto il simposio degli studiosi di Alzheimer a farne la nuova icona ammorbata della suddetta malattia.
Uno dei principali sintomi dell'Alzheimer è l'amnesia anterograda, ovvero l'incapacità di ricordare cose recenti, o più precisamente eventi occorsi dopo l'insorgenza di una patologia. I pazienti affetti da demenza di Alzheimer tendono ad avere un (relativamente) buon ricordo delle cose passate ma a non ricordare le cose nuove, recenti.
Stralcio dell’intervista all’attrice
Domanda (D) – Sharon, Sharon… per favore qualche domanda: “che ne pensi del primo capitolo di Basic Instict?”
D – Perdona Sharon, scusa… ma, ma allora perché hai deciso di fare il sequel ad oltre 10 anni dal primo?
R – Sequel? Ma di che parla? …figurarsi fare la parte di una scrittrice mezza battona e mezza lesbica. Ma scherziamo, lei mi confonde! Io sono un’attrice con la “A” maiuscola. Ma lei ha visto i miei recenti film? Lei sa cosa ho fatto in questi ultimi anni?
D – Beh, a dire il vero, a parte qualche pubblicità di porte scorrevoli e di paccottiglia in silver plate… non saprei. Ma sa forse non ricordo… Può dirci allora cos’ha fatto in questi ultimi anni?
R - ma come si permette!! Che orrore, un giornalista di cinema che non sa cosa ho fatto in questi anni. Io, io (disse ella aggrappandosi alla prima tenda a portata di mano) in questi anni ultimi anni ho … io ho… ehm ho… oh beh adesso non mi ricordo, ma mi faccia tornare a casa per documentarmi e poi la chiamo. Un’ultima cosa: cos’è che devo cercare? Qual è il soggetto? Come mi chiamo?
Altri sintomi sono l'agnosia, ovvero l'incapacità di riconoscere cose comuni, e l’anomia ovvero l’incapacità a denominare un oggetto, pur riconoscendolo. Un soggetto affetto da anomia può utilizzare perifrasi, sinonimi, termini assonanti o neologismi per riferirsi all'oggetto di cui non ricorda il nome.
Durante il coffe-break abbiamo incontrato Sharon Stone al tavolo del buffet mentre aveva un appassionato dialogo il cameriere addetto al catering.
- Cameriere: Cosa le posso servire?
- Sharon: ma non saprei… sono incuriosita da tutte queste cose deliziose, e mi dica cosa sono quelle cose (chiese indicando un oggetto sul tavolo)… mmm che bella forma, ma me ne dia solo una mezza porzione. Sa sono a dieta…
- Cameriere: mi spiace signora, ehm non sono come dirlo… ma vede non sono attrezzato per dividere un bicchiere in due parti. Se vuole le posso servire un buon tramezzino…
- Sharon: tramezzino… tramezzino. Che d’è??? No no, mi lasci indovinare: e forse qualcosa che si mangia? Un aiutino, please!!! Fa rima con pompino, ma sento che non è la stessa cosa…
Vi è poi il disorientamento temporale se il paziente non sa rispondere alle domande
"che giorno è oggi", "in che mese siamo, in che stagione, in che anno". Naturalmente più è grave la discrepanza, maggiore è il disorientamento. Vi è disorientamento spaziale se il paziente non sa rispondere alla domanda "dove ci troviamo ora".
In ultima analisi, vi sono i cosiddetti “Deficit intellettivi”, che riguardano un significativo peggioramento delle capacità di ragionamento, pianificazione e giudizio; quindi i Sintomi psicotici e modificazione della personalità, a causa dei quali il malato può assumere comportamenti bizzarri, o aggressivi, comunque significativamente differenti dal profilo di personalità pre-morboso. Fra i sintomi psicotici si annoverano allucinazioni, paranoia e pensieri non realistici.
Al termine della convention, dopo una standing ovation di cui la nostra amica non ha capito una nespola matura, ha avuto luogo una conferenza stampa.
Eccovi in esclusiva uno stralcio:
- Sharon: grazie, grazie! Sono molto orgogliosa di essere stata invitata qui… qui… qui… a… a … , beh, insomma qui. Ma francamente sono un po’ perplessa, poiché, a dire il vero non mi è chiaro perché io sia qui a … qui a.. qui a… al chiuso.
- Giornalista 1: signora Stone, non vorrei turbarla, ma lei è qui a Lugano perché, a parere dei più eminenti studiosi, lei sia il caso più eclatante di Alzheimer. Che ne pensa?
- Sharon: Alzheimer… mmm questa parola non mi giunge nuova. Anyway, qualunque cosa sia non è cosa mi che riguardi, chiaro!!!!
- Giornalista 2: stia calma signora Stone, nessuno sta insinuando nulla, è solo che… è solo che… beh veda, non è che in questi ultimi tempi lei sia apparsa molto lucida. Mi perdoni l’espressione…
- Sharon: io non so proprio a cosa si stia riferendo. Ma lo sa che quando avevo 17 anni il mio QI era a 154. Ero un genio…
- Giornalista 2: appunto “era”…
- Sharon: cosa vuole insinuare, a che si riferisce? Che giorno è oggi? Dove mi trovo? Come cazzo mi sono vestita?
- Giornalista 2: mi scusi ma non è stata lei che circa una settimana fa ha cercato di iniettare Botox nei piedi, giudicati troppo puzzolenti, di suo figlio adottivo? E non è a causa di questo che ha perso la custodia di Roan, 8 anni, a causa delle sue reazioni decisamente esagerate sulle questioni di carattere medico che riguardano il piccolo?
- Sharon: due settimane fa… due settimane fa… Mi lasci ricordare… mmmmmm. Ah si, ora ricordo: tutto è successo perché mio marito non si curava in maniera adeguata del figlio adottato.
- Giornalista 1: mi scusi ma non ci è chiaro cosa c’entri il botox con la cura dei piedi puzzolenti di suo figlio?
- Sharon: io davvero non posso crederci: come fate a non vedere il nesso? È così lampadina… ehm volevo dire lampante. Vedete, il botox, diminuendo le rughe del volto, contribuisce a stendere i tratti del viso quando qualcuno si avvicina ai calzini fetidi. Insomma le rughe sono un problema serio per un’attrice come io che ha fatto tanti film come Basic Instict e… e… e… insomma, si e tanti altri film.
- Giornalista 2: ci scusi, ma non era meglio fare come ha poi fatto suo marito Bronstein risolvendo molto facilmente il problema dei piedi del piccolo, senza far ricorso al Botox, facendogli mettere dei calzini e uno speciale deodorante per i piedi?
- Sharon: ma di che state parlando? Lei non sa chi sono io?! Lei non sa chi sono io?!... a proposito chi sono io? E comunque i piedi puzzolenti dipendono da un serissimo problema alla colonna vertebrale.
A queste parole, all’attrice è stata consegnata una targa: Migliore attrice cagna stolta dell’anno 2008. Motivazione: per aver così generosamente contribuito allo sviluppo di un nuovo farmaco per la demenza senile in persone perfettamente sane che non sanno recitare, che non sanno nulla di scienza e che non sanno nemmeno accavallare le gambe una seconda volta senza far vomitare tutto il pubblico presente.
Ps: l’attrice è stata ritrovata qualche giorno dopo, deambulante da un bar di periferia all’altro, in cerca di un lavoro che le consentisse un morboso amplesso masturbatorio con un rompighiaccio.
Quando si dice “deformazione” professionale. Mah!
Vostra Amanda.
