venerdì 26 settembre 2008

UNA TROIA AL GIORNO... FANNO 365 TROIE ALL'ANNO

L’antropologia, a ragione considerata per anni la scienza dell’uomo, da oggi si arricchisce di un nuovo e sorprendente modello sociale di animale razionale intriso di dubbio cosmico: il cornuto matematico.

Oddio, non è che il concetto fosse estraneo agli antichi greci; già a quei tempi, in periodi di guerra perenne, i filosofi e i primi rudimentali esempi di studiosi della natura umana se ne andavano in giro parlando ad un imprecisato numero di apprendiste maestre di vita - in seguito denominate “peripatetiche”- e insegnando loro come compiere prodigiosi miracoli biologici. Ma fu solo qualche secolo dopo che qualcuno coniò l’ossimoro di vergine-madre, cercando di giustificare nascite premature di figli mai concepiti, le annichilenti assenze di mariti in guerra o di falegnami troppo zelanti, nonché le mutazioni estetiche di un’icona della pop music americana nota per il suo non-cantare all’Olimpico di Roma il 6 settembre scorso.

Ad ogni modo fu solo dopo un millennio, grazie ad opportune mutazioni genetiche psicosomatiche, che si assistette alla comparsa di tale raro esempio di virtù coniugale nel vasto panorama storico-sociale.
I primi a somatizzare il frutto di ergonomiche seghe mentali condite da atroci dubbi e una prole sempre più multiforme furono i barbari. Gli antropologi hanno scoperto che sussisteva una sorta di rito consolatorio dedicato a coloro che ritornavano vittoriosi dalle guerre: le mogli in stato di grazia – neanche fossero state sfiorate da mano (morta) divina - facevano dono ai loro sposi di poderosi elmetti ornati di priapesche ramificazioni tese ad evidenziare l’avvenuto miracolo. Una volta sterminate tutte le alci a disposizione, le vichinghe iniziarono a decimare i tori… quasi a sottolineare il passaggio concettuale da troie a vacche… ma questa è un’altra storia.

Sterminati anche i barbari (rallentati ed appesantiti dai regalini e da due palle piene ai confini della realtà), ci vollero più o meno altri mille anni perché si tornasse a parlare del fenomeno.

Inizialmente, si era infatti pensato ad una naturale estinzione del cornuto matematico - anche perché con tutte quelle indecenti e ricciolute parrucche incipriate, l’elmetto proprio appariva fuori luogo – ma poi all’ultimo simposio degli antropologi tenutosi in quel di Bergamo furono portate le prove lampanti del suo ritorno.

Alcuni esemplari della nuova ed evoluta specie furono avvistati in quella che storicamente vennero identificate come le rigogliose pianure della “Padania” (in foto un esemplare maturo). Qualcuno dice di averli visti bardati da un insolito fazzoletto verde al collo, altri giurano invece di aver visto il capo branco in preda ad emiparesi facciale.
Ora, benché si siano materializzati dal nulla alle feste per la lotta del federalismo fiscale, gli esemplari che interessano a noi sono stati fotografati in religiosa processione verso non ben precisati luoghi di raduno.
Gli scienziati di tutto il mondo sono rimasti sgomenti dinnanzi ad una simile notizia, e per questo motivo che da settembre 2008, un pool di cervelloni sta studiandone le caratteristiche morfo-psico-socio-evolutive, ma i risultati sono top secret e nulla trapela.

Che dirvi? Quando c’è di mezzo l’etica e il segreto professionale, bisogna solo pazientare e aspettare che il mondo della scienza si decida sul cosa e sul come divulgare le nuove scoperte. Anche io sono per il rispetto del codice deontologico e nessuna notizia vale un comportamento scorretto. Questo è quel che pensavo io… ma io ieri ho incontrato il dott. XXXXXX presso l’Astoria Palace alla camera 309.
Non dirò il suo nome per proteggere i suoi dodici figli avuti dopo aver scoperto di essere impotente, ma poiché ha accettato di rivelarmi in anteprima i risultati degli studi vi dirò solo il suo cognome: Kildare. Dr. Kildare!
Che uomo, che integrità morale! Pensate, non ha voluto nemmeno un euro… mi ha soltanto obbligata a soggiacere ai suoi piaceri masochistici. Stavo quasi per mandare tutto all’aria quando mi ricordai che il giorno prima avevo giustappunto comprato un paio di stivaletti in pelle nera con tacco 20 e la punta il cristallo di Boemia. Sapete, non sono un’ingorda, ma la voglia di provarli sulle guance smagrite di quello sfigato-occhialuto-minidotato- con un tatuaggio sul braccio con su scritto “my name is Charles”- era tale che mi resi disponibile ad elargire un generoso contributo personale alla rivista “Rubber, lattex e cockring per giovani marmotte” . E siccome nell’ambiente si vocifera che io sia una tirchia filo-scozzese-ebrea, ho dato il massimo, esibendomi in una performance di altissimo livello, dal titolo provvisorio: “Mamma ho perso la dignità”. Questo il programma per la serata:
· ore 21: estirpazione dei peli dal naso
· ore 21.10: rasatura completa delle sopracciglia
· Ore 21.30: coltivazione biologica di capperi nelle cavità auricolari (precedentemente concimate con sterco fumante di vacche sacre)
· Ore 22: pausa caffè.
· Ore 22.10: incaprettamento e farcitura anale con carota, aglio, rosmarino e olive taggiasche;
· Ore 22.30: visione coatta di tutti i film di Francesca Dellera fino al progressivo apprendimento di tutta la sceneggiatura originale
· Mezzanotte: evacuazione (previo orgasmico clistere) sull’ombelico (il suo)

Lo so, non ci sono parole per descrivere l’abominio a cui sono stata obbligata. Dio mio che squallore, che sudiciume etico, che spazzatura d’uomo!!!

C’è una cosa che non mi spiego: perché sono ancora tutta bagnata? Oltretutto fuori c’è un sole che spacca le pietre…

Ok ok, questo è il sunto dell’intervista:
Le prime rilevazioni hanno evidenziato un misterioso assembramento proprio al di fuori di uno strano edificio eletto, pare, a luogo privilegiato per la verifica dell’ammontare dell’incremento di tessuto osseo all’altezza dei lobi parietali del proprio cranio. Non ci sono elementi caratterizzanti questo luogo; l’unico flebile indizio è una strana scritta apposta a caratteri cubitali recante la seguente iscrizione: “Università di Verona. Istituto di medicina legale”.
La causa scatenante di questo fenomeno fisico-sociale si deve sicuramente all’incremento delle ore lavorative di alcuni mariti e, parallelamente, all’incremento della felicità delle rispettive mogli, ma soprattutto all’incremento del numero dei lattai e degli operai del “porta a porta” per numero di abitanti benestanti. E questo soprattutto perché è stato appurato che nelle zone depresse le donne vanno a lavorare, e comunque non hanno il tempo per procurare premeditatamente danni irreversibili alla lavatrice o al rubinetto del cesso. Oltre a ciò è stato riscontrato che gran parte degli imprenditori e dei professionisti della provincia di Verona hanno avvertito come un progressivo appesantimento cerebrale maldestramente confuso per un inspiegabile aumento di neuroni e/o del peso specifico dei capelli. I primi ad accorgersi della mutazione sono stati coloro che presentavano una calvizie in stato avanzato, una moglie sempre più allegra e la nascita prematura di un bambino molto abbronzato di nome Abdul.

Le ultime, aggiornate, rilevazioni dimostrano che il fenomeno è in costante crescita.
Gli studiosi sono giunti alle seguenti conclusioni:
1. il test del DNA per capire se il bambino nato abbronzato non è vostro funziona egregiamente;
2. il test costa solo 1.600 euro (poca roba se si considera il costo di un piccolo Michael Jackson in famiglia fino alla matura età);
3. il troppo lavora storpia… e storpia talmente tanto da far assomigliare i vostri figli ai vostri “migliori” amici;
4. il nuovo esemplare del cornuto matematico non fa una grinza. Dopo 8 mesi di astinenza non ci sono dubbi: sei matematicamente cornuto;
5. la medicina legale è una scienza esatta;
6. le donne sono sempre più troie;
7. si stima nei prossimi mesi un incremento delle cause di divorzio per infedeltà coniugale nella provincia di Verona

Le mie conclusioni sono di tutt’altro avviso:
1. il lattex mi svacca che è una meraviglia;
2. la saliva pulisce meglio del Calzonetto;
3. gli orgasmi multipli sono possibili
4. … e sono pure calata di due chili.

Vostra Amanda

sabato 13 settembre 2008

IL SAGGIO CINESE E LA PATATINA BOLLENTE



Immagino che un simile titolo vi abbia quantomeno indotto a chiedervi “ma cos’hanno in comune un saggio cinese e una patatina bollente?” Vi dirò, mi aspettavo una simile domanda, ma prima di rispondervi (perché una risposta c’è) vi pongo un’altra questione: “che differenza c’è tra un riccio e un preservativo?”

Nel frattempo che pensate alla soluzione del mio enigma, vi racconto di un famoso adagio cinese detto da uno che di cinese non sapeva nemmeno un involtino primavera. Non ricordo bene le parole, ma più o meno faceva così: mentre i cani pastori litigano il lupo si mangia le pecore.
La seconda questione che si pone è dunque: perché ce l’hai raccontato?

A questa domanda rispondo subito: perché sono giorni che mi sto letteralmente sbellicando dalle risate… grasse risate. Talmente grasse che non dormo più la notte. Rido e continuo a ridere perché davvero non posso farne a meno, ma soprattutto perché non posso far altro che ridere.

Vedete, cari amici, ci sono questioni che per loro natura impongono almeno una risata. In genere si tratta di questioni talmente arzigogolate (ma solo apparentemente) che improvvisamente diventano una sorta di casus belli sui cui tutta la popolazione viene invitata ad esprimersi… e di solito tutti lo fanno senza nemmeno chiedersi perché. Intendiamoci, esprimersi è un diritto di tutti, ma quello che mi chiedo è perché se ne stia parlando , ma soprattutto perché oggi? A questa domanda di solito non si ha una risposta precisa. Insomma, perché oggi e non ieri o domani? Già perché? Ve lo dico io: perché qualcuno ha deciso che era giunto il momento di parlarne… e perché era giunto il momento? Ecco, questo è un altro problema, ma procediamo con calma, e parliamo di “chi” e del “cosa” si sta parlando.

Da circa una settimana, o giù di lì, la nostra amica Carfagna (la chiamerò così perché ho un orzaiolo nell’occhio destro e proprio oggi ho smesso di sparare sulle ambulanze. Prima o poi certi vizi bisogna toglierseli…) ha ri-sollevato la questione della prostituzione e del disegno di legge che dovrebbe una volta per tutte “debellare questo male della società”. Ecco, detto in questi toni – ne converrete – la questione assume una coloritura moraleggiante degna solo delle grandi eroine di un tempo; del bene che lottava contro il male. E allora quale occasione migliore per rispolverare i nostri primordiali sentimenti umani… quei buoni e bravi sentimenti di una volta? Eh, già come se non avessimo atro da fare nella vita?!

Improvvisamente infatti l’attenzione della pubblica opinione viene letteralmente catalizzata da quest’argomento che, a dire il vero, di “nuovo” non ha assolutamente nulla. Anzi per essere precisi, è questo un tema che ha interessato la donna e l’uomo da che quella gran troia di Eva ha fatto quel gran casino ingurgitando alle spalle di quel coglionazzo di Adamo una fottuta mela. La questione vedete sta tutta li… e come al solito è il “prezzo” della frutta ( e dei beni di prima necessità) che pone problemi alle famiglie italiane. Da secoli e secoli.

Anyway, sono quasi sette giorni che dappertutto impazzano programmi radiofonici, programmi televisivi e articoli di giornali che discutono animosamente sulla questione. In questo stesso frangente io invece mi sono occupata di altre cose: mi sono divertita a crepapelle a guardare coloro che guardavano e discutevano sulla questione. ..esattamente con lo stesso ghigno spocchioso con cui si osservano due donnette di strada che se le danno di santa ragione per accaparrarsi un pulloverino misto-lana al mercatino rionale infrasettimanale. L’atteggiamento, il mio, non è infatti quello di chi vuole far cessare la bagarre quanto di stare a vedere come va a finire.

Perdonate il mio cinismo, ma io questa proprio non me la voglio perdere. A volte, si sa, per capire realmente le cose bisogna opporre un doveroso distacco… bisogna cioè estraniarsi e stare lontano a guardare. Senza muovere un dito.

In questi divertentissimi sette giorni, ho sentito tante di quelle minchiate che se avessi potuto raccoglierle e venderle sotto banco oggi sarei la donna più ricca della terra. A dire il vero più che minchiate era un trionfo di luoghi comuni, di perbenismo, di moralismo, di finto senso pratico e dio sa di cos’altro.

A scuole di buone maniere e di civiltà ci hanno insegnato una cosa che si chiama “problem solving”: una specie di arte povera inventata da Re Salomone che ahimé, nonostante i buoni sforzi culturali e il passa-parola, si è quasi del tutto persa nei meandri di chissà quale scatola cranica.

I cultori del problem solving asseriscono però che prima di risolvere un problema bisogna “definirlo”, ossia bisogna capire esattamente il nodo problematico di una questione. Ritorniamo temporaneamente alla questione della prostituzione.
Tra le tante minchiate definitorie sparse nell’etere (e correlate soluzioni del cazzo) queste sono quelle che più mi hanno fatto ridere:
1. La prostituzione è un problema di ordine pubblico, legato all’immigrazione clandestina e al degrado delle nostre strade. Soluzione 1: estradare le clandestine al loro paesello, ripulire le aiuole dei viali, mettere qualche fiorellino qui e là per rallegrare la vista dei passanti.
2. La prostituzione è un problema morale. Dice la Carfagna: io come donne inorridisco davanti a questo problema… ovvero inorridisce davanti al fatto di vedere per le strade delle donne vestite come veline che la danno a destra e a manca per farsi le vacanze alle Maldive. Il punto è che certe cose non si debbano più “vedere”… il che non corrisponde al fatto che certe cose non debbano più “esistere”. Notate la sottigliezza. Soluzione 2: relegare le puttane in un appartamento e mettere un distributore di ticket per la fila o un call center per la prenotazione della “seduta”.
3. La prostituzione è un problema educativo: i nostri bambini vedono modelli di comportamento sbagliati. “mamma mamma” disse il bambino incuriosito “perché quella signora se ne sta ferma attaccata al palo vestita in quel modo?” E la mamma imbarazzata per l’assenza di spiegazioni logiche rispose “che vuoi che ti dica? Deve essere una velina che sta aspettando l’autobus per andare a lavorare”. Soluzione 3: dare un tailleur a tutte le puttane, una 24 ore, un quotidiano sottobraccio e il gioco è fatto… così non vi sarà nessuna differenza tra una puttana e un’altra puttana che dà il culo per 1000 euro dopo una laurea.
4. La prostituzione è un problema condominiale: le prostitute in casa abbassano il prezzo degli immobili in cui lavorano. Soluzione 4: creare dei condomini lontano dei centri abitati, lontano da occhi indiscreti, dalle strade di maggiore comunicazione, etc. Si vocifera di una colonia su Marte.
5. Lo sfruttamento della prostituzione è una forma di schiavitù legata alla tratta delle donne. Soluzione 5: prendere indice e pollice e aprire, uno per uno, gli occhi degli italiani… forse così cominceranno a vedere che gran parte di loro si diverte un mondo a fare la sarta. Carletto che mestiere fa la tua mamma? – chiese la maestrina il primo giorno di scuola “sarta!” esclamo il frugoletto panciuto. “Oh che bello… ago, filo e stoffe?” “no!”- rispose perentorio il bimbetto – “sarta da un cazzo all’artro”;
6. La prostituzione genera ingiustizia sociale. L e puttane devono pagare le tasse come tutti! Da qui la conseguenza che la prostituzione venga riletta come una professione come le altre. Soluzione 6, la più interessante: lo stato regolarizza le prostitute, ne fa una professione e ne tassa i redditi. Detto in altre parole, prende dal ricavo delle puttane un aliquota del 45%... il che non fa differenza con quello che avviene attualmente ad opera dei cosiddetti “pappa”. In altre poche parole, lo stato si sostituisce a pieno regime allo sfruttatore… e per le puttane sarà sempre la solita storia: c’è sempre qualcuno che mangia a sbafo.

E mi fermo qui perché davvero la casistica è ampia quanto il gran Canyon, ma soprattutto perché la fantasia degli italiani , il perbenismo, l’ipocrisia, il catto-moralismo imperante nella nostra testa fa più vittime degli incidenti stradali nel periodo estivo.
…e intanto molti continuano a parlarne e bla bla bla bla…

Quel che in realtà sta succedendo è un’altra cosa: nel frattempo che queste seghe mentali producono orgasmi inenarrabili succede che il governo si fa letteralmente i cazzi suoi. Non parlo di questo governo… perché per quanto mi riguarda, non appena qualcuno sale al potere il sangue gli va alla testa e comincia a sragionare e a pensare a se stesso.

La politica, vedete, è una specie di gioco di prestigio: perché il trucco funzioni è necessario che il prestigiatore crei un diversivo plausibile che distragga l’occhio balengo del pubblico. Tutta questa storia è infatti un diversivo plausibile, abilmente prodotto per distogliere l’attenzione del pubblico. Attenzione su cosa? Sul la mancanza di idee politiche serie, ma anche sull’invisibile incedere di leggi che di punto in bianco determineranno la nostra vita, mentre noi staremo ancora parlando di puttanate.

Per quanto riguarda la mancanza di idee, beh, la prima cosa che mi viene in mente riguarda una pura e semplice questione di legittimità: ma da quando un ministro delle pari opportunità si occupa di prostituzione? Qual è il collegamento tra le politiche di parità con questa questione? Quale azione paritetica si vuol promuovere contrastando la prostituzione? Vedete io nelle pari opportunità ci lavoro da oltre 10 anni, quando ancora la Carfagna se ne andava in giro sgambettando a “Non è la RAI” e vi giuro che il collegamento proprio non c’è… con tutti i problemi reali di pari opportunità che vi sono. E non mi riferisco solo alla diatriba tra donne e uomini, in cui di solito gli uomini sono sempre dipinti come il sesso forte “da raggiungere”. Un’attenta lettrice del mio blog, aveva scritto un mese fa (con orgoglio e un chilo di cecità) “la Carfagna sta facendo la legge per combattere lo Stalking. Bello, fantastico!!! E da quando il ministero delle pari opportunità legifera? Ma non dovrebbe forse occupare di provvedimenti tesi a riequilibrare culturalmente la visibilità sociale delle donne e quella degli uomini, e di tutte le altre sotto-fasce deboli?

Sembra infatti che la legge delle Carfagna non abbia alcun merito circa il contrasto del fenomeno sociale della prostituzione , ma che tenda invece a sanzionare con multe i comportamenti dei cittadini. Un dubbio allora mi sfiora: non è che l’intento sia quello di creare una nuova tassa comunale sostitutiva all’ICI? D’altronde se un problema lo sia affronta così, più che un problema sociale sembra un problema di casse dello stato vuote, senza contare che il disegno di legge proposto fa acqua da tutte le parti.

Ma il punto rimane lo stesso: stanno tentando di distrarci con futili questioni. Stanno creando un sorta di fiction globale fatta di buoni sentimenti, di moralismo, di falsa giustizia e tutto quanto può farci immediatamente piacere e che ci restituisca la sensazione che le cose vanno nella maniera giusta.

La giustizia, vedete, è un po’ come un oggetto di lusso; solo chi ha i soldi può permettersela e può manovrarla. A tutti gli altri tocca subirla e pagarla.

Ditemi pure se non è così, ma ditemi anche che giustizia è quella che elimina i mezzi per provare le accuse relative ai crimini di chi detiene potere? Vi lascio con questa questione.

Questa discussione sulle puttane è “come rissa tra cani pastori; intanto lupo mangia tutte pecorelle”

Ah, per quanto riguarda l’enigma di partenza, se non sapete la differenza che intercorre tra un preservativo e un riccio, provate a mettere il secondo al posto del primo e vedrete che ve ne accorgerete immediatamente.

Saluti e baci

sabato 6 settembre 2008

5 IN ORTOGRAFIA, CARA GELMINI!!!



Amanda Nash. Presente!
È questo il mio primo ricordo della scuola. Ah, quanta nostalgia! Quanta nostalgia il grembiulino rosa con il fiocco bianco, i panierino con la merendina che mamma mi donava generosamente sull’uscio di casa, le alzate di mano per chiedere la parola, quella grande lavagna nera ruotante e il banchetto sul quale appoggiavo i miei quaderni con le righe grosse. Sembra ieri che iniziavo a scrivere a caratteri cubitali una sfilza di aeiou tutte con la codine, i puntini, etc… giorno dopo giorno. Tutto un anno speso a fare codine alle “a” e puntini sulle “i” … per non parlare di quegli orrendi incubi a cielo aperto rappresentate dalle consonanti… ah quante minchiate!!! Fine del romanticismo. Ma questa era la scuola di trent’anni fa.

Oggi invece le cose sono “diverse”: si va a scuola con il grembiulino rosa e il fiocco, il panierino è diventato uno zaino da scalatore dell’Everest , ci sono dei bei numeri sulle pagelle e se non si riga dritto c’è un bel 5 in condotta. Una gran bella differenza. Non c’è che dire!!!

Vi dirò, però, la cosa mi piace. Vi ho sorpreso nevvero? Eh beh, che volete farci io sono un patita del vintage… delle buone cose di una volta. Quest’anno infatti la scuola si veste in pieno stile anni 30 e ricomincia daccapo. Perché forse qualcosa del passato è valida anche oggi, ma soprattutto perché il progresso non una “qualità” applicabile a tutti i campi. È questo è sicuramente il caso dell’arte della cucina e della scuola.

Questa svolta “epocale” si deve al genio compreso (occhiali alla catwoman e tacco 15, tutto compreso!) di Mariastella Gelmini, il nostro “ministro” dell’istruzione. Insomma non c’è niente di meglio - in vista di un nullo assoluto - che riproporre qualcosa che in passato ha funzionato. Ok, grazie e arrivederci!!!

Tralasciamo un attimo questi dettagli pedagogici, perché fortunatamente i ragazzini sono più veloci e svegli di noi… ma anche più confusi, più obesi, più manovrabili. Ogni bambino di ogni epoca ha dovuto subire un sistema di cose che non si è scelto, e quindi tutti in riga e non rompete le palle!!!

La questione, la vera questione, è un’altra.

Il nuovo diktat è “si torni al maestro unico”. Su questo proprio i sindacati non c’hanno visto più dall’incazzatura, preconizzando un numero indefinito di insegnanti a spasso. Anche su questo, vi dirò, la cosa non mi frega più di tanto; voglio dire, il gioco delle poltrone in cattedra non mi interessa, perché invero non si lotta per la qualità dell’apprendimento quanto per parare il culo a qualche insegnante di troppo.

Adesso, provate a farci caso, la Gelmini parla di mastro unico ed io continuo a parlare di insegnanti… Una qualsiasi persona potrebbe banalmente asserire “embé, i termini sono sinonimi!”. Ed io potrei tranquillamente rispondere “Cara , tesoruccio caro, si vede che al tempo della distribuzione del cervello tu eri assente” e questo soprattutto perché “insegnante” e “maestro” non sono affatto sinonimi. Volete la prova? Bene, allora rispondete a queste semplici domande: “quanti insegnanti ci sono nella scuola italiana?”

Adesso rispondente a quest’altra domanda “quanti maestri ci sono nella scuola italiana?”

Se il cervello – come spero – si è attivato nella giusta maniera vi accorgerete che forse i conti non tornano. Manco pe’ niente. E questo era esattamente quello a cui stavo pensando io.

La Gelmini – asinaccia- come non poche in tutto questo suo slancio mistico verso il passato ha dimenticato di fare i compiti a casa. Io li ho fatti e questa è il mio temino dal titolo altamente criptico: Il maestro non esiste! Sottotitolo: Storia romantica di un’educazione maldestramente abbandonata ad un gruppo di mamme con la penna rossa.

Le donne italiane sono magnifiche e attente osservatrici del tutto opinabile circa gli uomini. Una delle classiche affermazioni – da manuale – è: gli uomini italiani sono tutti mammoni, non hanno le palle… e quell’uccello che hanno in mezzo alle gambe serve loro solo per pisciare. Da questo campione va naturalmente escluso Rocco Siffredi e tutti i portatori sani di problemi all’uretra. Il primo perché grazie al cielo esiste e si sente (soprattutto se ce l’hai tra le gambe) i secondi perché forse ancora risentono dei bombardamenti dell’ultima guerra mondiale.

Ma torniamo a bomba, e concentriamoci sul temino: le donne si lagnano come cagne in calore prese a calci nel ventre per questa caratteristica degli uomini di oggi, ma in questo corale latrato dimenticano che non solo non sentono un cazzo (a proposito il numero delle lesbiche è in crescita), ma anche che non capiscono un cazzo. E mi riferisco al fatto che se il cervello uterino potesse una volta tanto azionarsi per qualcosa che non sia una borsetta griffata o per un’iniezione di botulino, forse potrebbe comprendere che la causa di tutto questo risiede proprio in loro.

La storia, si sa, non è mai stata la materia preferita dalle ragazze (preferiscono la contabilità del portafogli del marito), ma forse una piccola riflessione può spalancare una grande porta. Ok care mamme, ditemi da 50 anni i figli dove e con chi trascorrono i primi 15 anni della loro vita. Non lo sapete? Era chiaro, infatti sono i dettagli che continuamente vi sfuggono: i primi 15 i vostri pargoli maschi li hanno trascorsi così:
- 0-3 anni. Con la mamma, la zia, la nonna, la vicina.
- 4-6 anni. Con la mamma, la zia, la nonna, la vicina, la babysitter e la maestra dell’asilo
- 6-10 anni. Con la mamma, la zia, la nonna, la babysitter e le maestre delle scuole elementari.
- Dai 11 ai 13 anni. Con la mamma, la zia, la nonna, la babysitter e la professoresse delle scuole medie inferiori.

È solo dai 14 anni in sù che finalmente il pargolo comincia, in assenza del padre, a interloquire con i professori (maschi) della scuola superiore.

Ok fermiamoci a questi pochi dati e tiriamo le somme, tenendo presente che la personalità del bambino si forma nei primi anni di vita e che la costruzione dell’identità si costruisce in relazione ai modelli di comportamento che lo stesso vede e assimila nello stesso lasso di tempo. lo so, la “cosa” comincia a lievitare come il panettone di natale. Aggiungiamo anche che gli unici contatti con altri maschi avviene nelle relazioni “orizzontali” (tra bambini della stessa età e fratelli o cugini).

Ok adesso fate voi la somma o la moltiplicazione dei fattori, perché tanto il risultato sarò lo stesso: un caloroso ringraziamento al Dio dei cieli perché vostro figlio, strano a dirsi, non è diventato gay… ma sicuramente misogino. Si quello sicuramente, perché a 15 anni – dopo 15 anni di onnipresenza femminile – delle donne ne avrà le palle piene… e come dargli torto? Ma il peggio “ a da venire” perché di certo se non gay, vostro figlio nono solo vi odia a morte (per tutto il “male” materno subito) ma anche e soprattutto perché è diventato irrimediabilmente diventato dipendente da voi. Da voi mamme ovviamente. Detto in altre parole è diventato il classico, pigro, mammone avente come unico obiettivo di vita quello di incontrare una donna che riesca – con qualche ruga in meno e una vagina fresca – a prendere il posto della madre.

Perdonate la digressione, ma era utile al discorso. Ve lo giuro. Ve lo giuro sulla vita di mio nipote.

Ritorniamo alla nostra cara vecchia Gelmini. Tesoro, cara, non è forse che proprio ti sei dimenticata di pensare al vero problema educativo della scuola italiana? In Italia il 100 % del sistema educativo è in mano alle donne e di questo non mi fregherebbe un cazzo se non ci fossero di mezzo tanti potenziali uomini da allevare come tali nelle “stupide e ignoranti” mani dei modelli di riferimento sbagliati. Insomma, questi maestri do’ cazzo stanno?

Scusate l’alterco volevo solamente sollevare una semplice questione: dove minchia stanno sti maestri? La Gelmini parla di “maestro unico” e allora le questione sono due:
- Forse il ministro voleva dire “maestra unica”, ma con l’ortografia siamo messe male;
- Oppure che c’è stato un errore di sintassi, per cui la Gelmini faceva riferimento “all’unico maestro” (a quell’unico mastro bistrattato dalle colleghe in sovrannumero e che non ha nemmeno diritto di parola?) e non al “maestro unico”.
Il punto è che come al solito - tanto siamo imbevute di auto-adorazione - non siamo in grado di vedere i problemi della scuola: nella scuola italiana ci sono solo donne e questi cazzoni di mammoni sono opera nostra.

E allora care colleghe pedagogiste (forse qualcuna mi legge) anziché stare li a fare le modelle di riferimento e di fare i disegni più carini sui libri, sarà il caso che vi diate una mossa, che leggiate un po’ di psicologia dell’età evolutiva e che ristabiliate la “giustizia educativa”.

Alla Gelmini, faccio i complimenti per aver sollevato (inconsapevolmente) la questione.

Alla Carfagna, al tesoruccio caro del cavaliere nano coi tacchi, chiedo: ma non sarebbe il caso – in termini di pari opportunità - di attivarsi per le quote azzurre nel sistema educativo? E per dinci, lascia perdere le leggi sulla prostituzione !!!

Che poi, voglio dire, non che dopo il Berlusca anche tu vuoi che sia fatta una legge ad personam?

Oggi mi sono proprio rotta le ovaie!!!
Saluti a tutti!!!

mercoledì 27 agosto 2008

NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI


Ci sono questioni controverse che spesso ci attraggono proprio per la loro opinabilità. Si tratta in vero di questioni intricate ai limiti dello spazio profondo che viste abilmente da due prospettive diverse producono parimenti elementi di verità inoppugnabili.
Il nostro amico e conterraneo Pirandello aveva ben sintetizzato questo concetto nel suo celeberrimo “Così è (se vi pare)” , insinuando che non tutto è come appare… e tutto quel che appare dipende.

Arriviamo al punto G del post, analizzando l’evento clou della Settimana della porchetta di Ariccia (Roma). Cosa avrà a che fare Ariccia con l’argomento di oggi è tutto un mistero, ma sicuramente la porchetta c’entra… e come!
La porchetta in questione non è una porchetta comune; è una di quelle intellettuali che saltuariamente preferiscono definirsi soltanto “una di quelle”. Dall’altra parte c’è il maialone.
La prima è una dottoressa, laureata in vattelappesca cosa; il secondo è il suo ex professore, meglio noto come il suo ex. Vediamoci chiaro.
Questa è la vicenda, sinteticamente:
Torino, agosto 2008. La dottoressa Caputo si presenta agli esami per accedere alla specializzazione in Medicina Legale. Il concorso si svolge apparentemente in maniera corretta, poiché la stessa, vistasi trombata al concorso decide di ricorrere al TAR per far valere le proprie ragioni, ma soprattutto per denunciare vizi procedurali e amministrativi… nonché i presunti vizi del maialone direttore dell’omonimo istituto presso l’università di Torino.
Lasciando stare quel che diranno gli avvocati , cerchiamo di capirci qualcosa facendo soprattutto luce sulle parole dette ufficialmente da entrambe le parti.
Lei dice di essere stata bocciata poiché “non più in grado di compiacerlo sessualmente a causa del (suo) stato di gravidanza”. Lui nega tutto.
A parte le costumate riflessioni sull’accaduto che tutto dicono dell’ipocrisia imperante in ambito accademico… perché i giochi si fanno da sempre così e nessuno ha avuto mai da ridire perché è sempre convenuto ad entrambe le parti, quel che viene da chiedersi è: cosa ne sarebbe stato del concorso se la Caputo avesse ottenuto il posto?
Forse la dott.ssa se ne sarebbe andata in giro spargendo nell’etere minchiate del tipo “sono stata scelta perché sono la più brava”, senza contare che qualcuna, sentitasi defraudata del posto avrebbe potuto obiettare “ma brava a fare cosa?” Lo so, la domanda è retorica.

È singolare infatti che qualcuna ricorra al TAR non per vizi procedurali o “per ingiustizia” quanto perché una volta tanto il concorso si è svolto correttamente. La stessa Caputo afferma, di essere stata fatta fuori “per aver smesso di compiacerlo” che è cosa diversa dall’affermare, di essere stata trombata “per essersi rifiutata di compiacere il prof”.
Nel primo caso, infatti, è chiaro che forse (anzi sicuramente) era anche e soprattutto interesse suo compiacere il professore al fine di ottenere la promozione; si ravvisa cioè una forma di logica “do ut des”. Senza contare che sicuramente sarà stata lei a fargliela annusare, finalizzando ogni sua azione al raggiungimento del risultato finale.
Nel secondo caso invece il rapporto sarebbe stato assolutamente a sfavore del prof, il quale forte di una posizione di dominanza ne avrebbe approfittato per piegare la volontà della studentessa.
L’aspetto paradossale è che la stessa abbia poi affermato “ho subito un’ingiustizia, sono vittima di un gioco di potere”. Ma di quale ingiustizia si parla esattamente? Io questo lo vorrei proprio sapere, visto che la vera ingiustizia si sarebbe compiuta solo se fosse stata promossa lei al posto di una più meritevole.
Certamente il prof. Tappero, come tanti uomini, è un emerito coglionazzo… perché cadere così maldestramente tra le gambe di una donna rivela soltanto una carenza di neuroni. Oltretutto, con tutti i soldi che guadagna perché non pagarsi allegramente un professionista del pompino, anziché scomodare una cretinetti con ambizioni professionali da obitorio? E che dire del marito di lei, felicemente cornuto e complice della moglie? A lui va sicuramente il premio nobel honoris cause per il rincoglionimento da figa e una pallottola in fronte.
Per quanto riguarda il finale della storia, beh adesso la questione farà avanti e indietro per i tribunali per almeno dieci anni regalando al pubblico presente la classica perfomance della solita, stanca vittima della situazione: la povera sgualdrinella tutta libri e ardore scientifico, coinvolta suo malgrado in un torbido inganno ad opera dell’ennesimo maschio sbrodoloso.

… e tutte le femministe del cazzo grideranno allo scandalo. Che pizza!!!
Per quanto mi riguarda, la questione ha una sola soluzione: la notte prima degli esami è meglio stare leggere...
Amanda

sabato 16 agosto 2008

... E ALLA FINE GLIEL'HA DATA




Gli esperti in geriatria sono soliti affermare che la menopausa segna il passaggio della donna dall’età feconda a quella sterile. Il tutto avviene, si sa, accompagnato da tutta una serie di effetti “collaterali”: caldane, sbalzi d’umore, prime avvisaglie di rincoglionimento e, dulcis in fundo, aumento del desiderio sessuale arricchito dal diktat di doverla dare a chiunque ce la chieda finché si è ancora in tempo, o di donarla generosamente a tutti coloro che ne hanno fatto richiesta nei tempo passati. Insomma, la menopausa ha effetti retroattivi… un po’ quelle leggi ad personam tanto care ad una certa classe politica.


Non sono solita fare nomi, ma stavolta farò anche i cognomi: Santanché. Daniela Santanché(ritratta in foto durante la campagna elettorale ndr).
La più liftata delle donne di destra dopo la Mussolini (le cui labbra sono state sottratte al museo della scienza navale e riciclate per il salvataggio di 2000 extracomunitari a largo delle coste di Lampedusa) ha reso noto in questi giorni che, dopo averci rotto i coglioni con quegli estenuanti tira-e-molla col Cavaliere nano, ha deciso di capitolare e di concedergli “finalmente” l’accesso all’arida zolla. (vedi Libero del 7 agosto e l’Espresso del 21 agosto)


Il primo ad essere stupito di questo dietrofront è stato lo stesso mr B, il quale, in preda all’ennesimo indizio di sopravvenuto morbo di Alzheimer, ha ovviamente negato di averne fatto richiesta. Insomma perché ambire alla virtù di una vecchia e attempata gallina, quando si possono ottenere senza fatiche quelle di promettenti veline a forma di ministre delle pari-opportunità?



Vi dirò, il dubbio mi aveva sfiorato, anche perché con tutti i ritocchi che puoi fare, ci sono cose che non si possono fingere… come ad esempio la pazzia, le rughe nelle mani, e la disposizione del proprio corpo nello spazio. Ed è proprio in riferimento a quest’ultimo baluardo dell’integrità della Santanché che si concentra lo stupore della rimanente popolazione italiana dotata di almeno due neuroni. Vi ricordate infatti lo scassamento di minchia con cui la Danielona dal photoshop fraudolento continuava ad ammorbare l’atmosfera pre-elettorale? No? Male, molto male, e soprattutto strano, molto strano; anche perché non capita spesso vedere un’orda di galline che bisticciano per decidere se le donne di destra preferiscano le posizioni “orizzontali” a quelle “verticali”… che poi, voglio dire, perché non includere alternative più convincenti? Che so, a novanta gradi o quella del missionario?!


Al termine di questa bagarre, in cui la Santanché sentenziò di essere l’unica "alfieressa" della politica italiana capace di dire “no” a destra e a manca, una parte di quei pochi esseri pensanti che l’aveva votata aveva apprezzato la sua integrità, il suo non arretrare davanti a situazioni di comodo, il suo ostinato ma garbato standing professionale, la sua femminilità immune ad ogni piaggeria.


Concluse le elezioni, qualcosa però qualcosa iniziò a cambiare: la sua visibilità politica e sociale – a parte quel picco dovuto alla boutade sulle prostitute - cominciò (giustamente) ad appannarsi… e lei come ogni donna-donna-donna-priva-di-fantasia resasi conto che la sua patonza non era più ambito oggetto di desiderio (qualora lo fosse mai stata) iniziò a fare quello che qualsiasi altra donna-donna-donna-alla-canna-del-gas-con-le-ragnatele avrebbe “normalmente” fatto in questi casi: darla.


Oddio, se ella non si fosse ostinata a pubblicizzare questo ipotetico quanto surreale modello di donna, forse oggi sarebbe a fare buona compagnia alla Carfagna e tutto sarebbe risultato “coerente” col modus essendi delle donne che si illudono di fare carriera.
Ad ogni modo, oggi a pochi mesi dalla fine dei giochi politici, la Santanché – con un dietrofront che non ha nulla di strategico – non solo tenta un riavvicinamento all’uomo che non gliel’aveva mai chiesta, ma lo fa anche nel peggiore dei modi: rimangiandosi in un sol boccone tutte quelle palate di merda che si era divertita a lanciare contro i suoi detrattori, e prostituendosi come meglio le riesce.



E così improvvisamente si odono parole del tipo: “è meglio tornare col Cavaliere” o “la politica si fa così” (mentendo e ingannando coloro che hanno creduto in lei. Per fortuna pochi).


Il punto allora è uno solo: Daniela non desiderava “la” poltrona, ma “una” poltrona… una qualsiasi. E per questo ci ha preso in giro, lasciandoci intendere che forse il suo fosse davvero un modo diverso di vedere le cose e i destini delle donne. Ci ha davvero illuso: lei non è una donna verticale, anzi è la più orizzontali di tutte le altre. E non potrebbe avere le palle nemmeno se se le ricamasse sullo slippino contenitivo.



La Santanché è una donna come la gran parte di noi (o di voi): le piace fare la gran donna, la gran troia (politicamente parlando), le piace tradire, illudere, farsi corteggiare. Ed è così soprattutto perché non possiede uno straccio di idea valida, non una vera idea politica…ma sa, o può, solo tristemente ribadire al mondo attorno a sé una sola e unica verità: che le donne non sono nulla senza l’aiuto e il potere di un uomo.


Per quanto mi riguarda invece è solo patetica… e decisamente più in basso delle altre che ambiscono a risollevare le sorti delle pari opportunità delle donne.


No, care amiche, non illudetevi : non c’è da risollevare nulla… solo sdraiarsi, divaricare le gambe, riempirsi la bocca di un pasto caldo e ringraziare gli “inter-venuti”.

Amanda

lunedì 11 agosto 2008

STEREOTIPI DA ESPORTAZIONE? CHEERS!!!



Stamane mi sono svegliata con una specie di malore diffuso. Sulle prime avevo pensato ad un attacco di diarrea da eccesso da olimpiadi… - io poi, che con il cibo cinese non ci sono mai andata d’accordo – ma poi riflettendo accuratamente ho realizzato che qualcosa di impercettibile non era passato attraverso il setaccio della coscienza ed era rimasto impigliato come un fastidiosissimo chiodo sui pregiatissimi collant di seta dall’inenarrabile costo.

Ebbene, quel qualcosa era davvero un’inezia, una cosa alla quale non si ha modo di pensare immediatamente tanto era perfettamente integrata nel quadro d’insieme.


Ieri, ad un orario imprecisato, stavo pigramente guardando le competizioni di beach volley : due ragazzi contro due, tutti e quattro a piedi nudi, un pallone e un finto set da spiaggia, giusto per simulare il contesto iconografico in cui si è originata questa nuova disciplina olimpica. C’erano solo due piccole stonature: la totale assenza del sole – e al suo posto un nebbione stile Milano in febbraio – e un set completo di sgallettate in costumino giallo con vistosi e coloratissimi pon-pon agitarsi come ossesse ai bordi del campo.


Ecco, sulle prime, questi due piccoli dettagli erano passati inosservati, e sarebbero rimasti tali se anziché essere in Cina ci fossimo trovati negli States. Una persona qualunque – una persona davvero comune e molto cheap – forse si lascerebbe scappare un timido : “beh e che c’è di male? Sono simpatiche, o forse anche bone, e rendono colorate e più divertente i match della partita”. E non avrebbe torto, penso io, perché comunque la presenza di un MacDonald negli USA è cosa assolutamente “normale”, ma soprattutto “culturalmente ” in linea con parte dell’immondizia culturale che si produce da quelle parti. Anzi, penso proprio che ci stupirebbe il contrario.


La questione comincia ad assumere una certa rilevanza se si pensa che per “costruire” questo dettaglio iconografico, gli organizzatori delle Olimpiadi cinesi abbiano assoldato un pool di “maestre” americane per insegnare a 600 sfaccendate con gli occhi a mandorla a sgambettare davanti ad un pubblico inerme al fine di “eccitare” i loro animi distratti da ben più pesanti preoccupazioni.


Un tempo si diceva che la religione fosse l’oppio dei popoli, oggi lo stesso effetto lo si vuole sortire con altri mezzi. In Cina infatti, con gonnellini, culo e tette al vento, ci lasciano intendere che si possono ottenere risultati altrettanto miracolosi: dare la parvenza di un sorriso a persone che avrebbero invece bisogno di un po’ di aria pulita.


Ma non siamo ancora aggiunti al cuore della questione; questo è solo l’inizio perché ciò che resta più preoccupante è che in realtà si tratta di acquisizione di un modello culturale.


In Cina ormai si vede di tutto, come nel resto del mondo si vede ogni cosa prodotta dai cinesi. Insomma, una sorta di omeostasi culturale fondata sulla reciproca compenetrazione e sull’abbattimento delle barriere che un tempo avrebbero protetto tutti dagli altri. Di questo non mi stupisco, non ancora.

La cosa che veramente mi ha lasciato basita è stata verificare la facilità con cui un modello di cultura possa, a torto o ragione, prevalere sull’altro, ma soprattutto la velocità con cui un certo modello di donna possa essere addirittura esportato e fatto passare una conquista di modernità. Quando invece è esattamente l’opposto.

Il punto è sempre lo stesso: perché le donne oggi continuano a lagnarsi dell’ingiustizia di “genere” che grava sulla propria testa, e contemporaneamente rimpinguano nei loro “nemici” l’idea che la donna serva solo a fare la bella statuina? Lo so, potreste obiettare che non ci sono solo “questi” tipi di donne, ma anche tipi umani di donne-donne, ovvero di donne che non hanno paura di non apparire e che amano distinguersi per “altre” qualità.


Eppure non si sa come né perché, il modello di donna sbagliata emerge con più facilità… e non certo a causa degli uomini. La donna, antropologicamente parlando, sta cercando da tempo con estrema difficoltà di “raddrizzare” una visione miope sulle proprie potenzialità, sta cioè cercando di raggiungere una visibilità non subordinata a quella dell’uomo. Questo è quello che credo io, e non credo di essere l’unica, altrimenti non si spigherebbero quest’ondata di politiche di pari-opportunità nel mondo.
… E come nella classica barca a remi, se c’è una o due donne che vogano nella direzione auspicata, come minimo ce ne sono almeno altre venti che remano in direzione opposta, per cui i minimi margini di progresso vengono vanificati dai più evidenti passi indietro.

Insomma, sono le donne stesse a contrastare l’emergere di un certo modello di emancipazione. Si perché mentre una piccola minoranza vede nella libertà da certi stereotipi il germe dell’emancipazione vera, la stragrande maggioranza ravvisa quest’ultima nella conquista del potere. Il potere della figa.

Le donne sanno come far capitolare un uomo; facendogliela annusare, e questo – secondo loro – dovrebbe essere sufficiente per garantire loro una dominanza di genere. È vero l’uomo capitola – infoiato com’è, capirai! – ma è e rimane strategicamente scaltro, perché finge di concedere alla donna lo scettro del comando quando invece, in realtà, l’unica cosa che si ritrova in mano è uno scettro di miss-vattelapesca, o peggio un paio di ingombranti pon pon.

La logica sottostante è questa dunque: agire sul principio di piacere dell’uomo per ottenere qualcosa. Infatti, quale donna sana di mente si presterebbe, sulla base di un principio globale di uguaglianza, ad “addomesticare” altre donne all’arte di compiacere l’uomo se non quella che crede fermamente nella sopracitata logica?


Ma forse le cose vanno e devono andare così… insomma, oggi abbiamo perfettamente compreso di essere in grado di andare dove vogliamo. Tutto dipende da noi, dalla forza dei nostri desideri, e dalla forza del potere che speriamo di ottenere. Il presunto giocoforza dell’uomo è oramai un alibi che non sta più in piedi; a noi piace essere così: cretine, troie ed eternamente giovani.

Ma chissà cosa accadrà quando l’avvenenza lascerà il posto al grottesco, quando la bellezza lascerà il posto al botox, e quando la logica del “mostrare” lascerà il posto a quella del “nascondere per la vergogna”. Perché si sa, la vecchiaia non risparmia nessuna.
Ma forse è il caso di dirla con Oscar Wilde: «La bellezza, la vera bellezza, finisce dove inizia l'espressione intellettuale.» Tutto il resto sono minchiate.

Cheers!!!


Vostra Amanada

mercoledì 6 agosto 2008

AND THE WINNER IS...


Incipit: news dal mondo.

L'inno della Giornata dell'Orgasmo Femminile, il più piacevole dei dirittiUna gioia per tutte. Un'abitudine per poche. Un'aspirazione per molte. Eppure ogni donna ha il diritto di smetterla di fingere piacere.
Serviva davvero una Giornata dell'Orgasmo femminile di mezz’estate (il 31 luglio) per ribadire questo concetto? Ci sono ben altre emergenze al mondo, è vero, ma fare il punto della situazione appagamento sessuale è sempre utile. Soprattutto se la celebrazione prende il via dalla Gran Bretagna, Paese tradizionalmente un po' "freddino", da tutti i punti di vista.

Qualche dato, tanto per intendersi: il 46 per cento delle donne dichiara di non avere mai o di aver raramente provato un orgasmo vaginale. Il 36 per cento non prova mai o quasi mai un orgasmo clitorideo durante il rapporto sessuale, mentre l'85 per cento lo raggiunge con l'autoerotismo. Secondo la stessa indagine - condotta ad hoc su più di 2mila inglesi - l'80% delle donne, durante i rapporti con il partner, è dunque “costretta” a simulare. Peggiorando la situazione: già, perché fingere serve solo a insabbiare il problema, a sviluppare frustrazione e a buttarsi giù, sostengono le promotrici dell’evento. E invitano, per un giorno almeno, a non recitare a letto. A promuovere l’inziativa, una catena di sex toys, ormai definitivamente sdoganati in quella che si potrebbe definire la “rivoluzione sessuale del Ventunesimo secolo": la vagina è mia, e ci gioco come (e con cosa) voglio io.

Il manifesto della Giornata? Semplice: è giunto il momento che le donne rivendichino il loro diritto a una vita sessuale piena e soddisfacente al grido di "Godi, non fingere"”.

COMMENTO

Come al solito, le intenzioni sono buone, ma poi... ma poi noi donne ricadiamo nella stessa trappola: utilizzare l'orgasmo non edonisticamente per godere come gran maiale, ma utilizzarlo per ottenere il nostro profitto.

Insomma, si, l'orgasmo come moneta di scambio, per ottenere dall'uomo (compagno o marito che sia) un vitalizio.

Se ci pensate bene, perché finiamo col mentire cosi spudoratamente, ma anche cosi lungamente? La questione non è certo affettiva: siamo libere di cercare il maschio d'accoppiamento perfetto, ma guardacaso quest'ultimo è anche il meno indicato per "sostenere" il nostro shopping o le nostre ambizioni sociali e di status.

Da che mondo e mondo, l'uomo sceglie sempre la donna bella (o eroticamente dotata); la donna invece preferisce altre "qualità". L'uomo deve sempre pagare una bella donna (o presunta tale), ed ella ricambia l'attenzione con un finto orgasmo.
Non riusciamo proprio ad evadere da una simile prospettiva e forse non ci interessa nemmeno, dal momento che fingere ci riesce cosi bene. Il dramma sta anche nel fatto che la finzione nei confornti dell'uomo non regge dentro di noi: ci sentiamo frustrate e avvilite per non riuscire a raggiungere uno straccio di benessere con l'unico pezzo di carne che può provocarcelo.
Preferiamo infatti subordinare il nostro piacere ad altre mete, finendo poi con l'accontentarci di un misero dito tra le gambe.


Non ci sono altri motivi, ma soprattutto non ci sono altri alibi, e come al solito il quadretto evidenzia una scena a noi molto famliare: l'armadio pieno e l'orgasmo vuoto.

Vi dirò, non provo nessuna pietà nei confronti di queste donne. Ognuna di noi fa e crede cio che vuole... e anche in questo la libertà è massima. Quindi anziché rompere i coglioni agli uomini, rivendicando - come dice il suddetto articolo - il diritto ad una piena sessualità, impariamo a scegliere in modo diverso il nostro uomo. E' meglio una sana e goduriosa scopata che non un paio di scarpe che presto non metteremo più.

Ah, se solo imparassimo ad essere sincere almeno col nostro corpo...

E poi scusatemi, anche in fatto di recitazione facciamo proprio pena, soprattutto perche siamo convinte che lui non se ne accorga. Ma quando mai!

Epilogo della storia: un antidepressivo in più, un'infelicità sconfinata... e nemmeno un Oscar quale migliore attrice non protagonista.

Capirai, cagne come siamo!!!

mercoledì 30 luglio 2008

domenica 27 luglio 2008

L'ETERNO RITORNO... AGLI ISTINTI PRIMORDIALI


Non passa giorno che io non abbia conferme che spesso preferirei non ottenere mai, ma si sa il destino di certo non possiamo scegliercelo… e allora ogni cosa che arriva è benvenuta. Non capisco nemmeno io questa premessa, ma fra poco penso che tutto sarà più chiaro anche a me stessa.

Sabato scorso mi sono imbattuta nel solito articolo che non so neppure io come interpretare.
Il titolo era altamente filosofico: “Condi Rice: il mio vero sogno? Fare shopping”.(Corriere della Sera, 26 luglio, p. 15) Non sono certa di capire il perché il Corriere della Sera, tra le tante cose importanti a cui dare spazio, decida di metterci al corrente di un simile “scoop”. Mah!!!

Sebbene sia sempre presente a me stessa (non sapete che noia?!) ogni tanto anche io crollo davanti alle più imbarazzanti evidenze , e una nube di punti interrogativi improvvisamente sembrano addensarsi sulla mia testa in puro stile “Nuvoletta Famiglia Addams”.

La questione principale, quella che esplode con una violenza simile soltanto a quella di un rutto lanciato in aria tra un prosit e l’altro durante l’Oktober fest, riguarda quell’insignificante parola di sei lettere che tanto stupide ci fa apparire: “perché?” Si, ok, non è molto originale, però io davvero prima di andare oltre vorrei sapere “perché?”… si insomma, perché? Perché? Perché? Perché il desiderio di una vita di una donna debba essere sempre ridotto o ricondotto a quell’inutile esercizio fisico di origine uterina che ci spinge ad aprire il forzieri per dare sfogo al nostro insano desiderio di comprare l’ennesimo paio di scarpe o un qualsiasi straccetto costipato in qualche fetida boutique del centro?

Si tratta forse di un imprinting? Di un qualcosa di indissolubilmente legato al nostro essere donne? La risposta non giunge, eppure un tarlo mi rode in testa: perché la Condy-Condy spara minchiate del genere? Quale obiettivo avrà voluto perseguire asserendo di voler finalmente tornare a fare shopping rivolgendosi ad un’orda di scolarette australiane?

Io sono sempre stata dell’opinione che le parole avessero un peso specifico e quindi credo di essere legittimata a pensare che il suo voleva essere un insegnamento pedagogico, della tipo: “fate un reset alle vostre mete future, rivedete le vostre ambizioni… non perdete tempo a fare altro”. E d’altronde se è la stessa Condy a dirlo, immagino che lei stessa ci creda per prima.

Lo so, ognuna e libera di credere a ciò che vuole, ma perché allora non tenerselo per sé ed evitare di “infettare” la già malsana etica delle ragazzine d’oggi? Non ci è dato saperlo.

La questione richiama poi quell’odiosissimo determinismo bio-sociale che da oltre seimila anni stiamo cercando di scrollarci di dosso, ma che ad ogni piè sospinto confermiamo. Insomma, siamo forse nate per fare solo questo? È questo il nostro scopo di vita? È questo il fine ultimo che regola tutte le nostre azioni?

È questo il motivo per cui piuttosto che fare una decorosa carriera in fonderia, preferiamo sgambettare, mostrare tette e culo e farci mantenere?

Ma soprattutto perché continuo a farmi queste seghe mentali quando so già la risposta?

sabato 26 luglio 2008

LE VIE DEL SUCCESSO… SONO ALBERATE E PIENE DI MARCIAPIEDI.



La via per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. Questo diceva sempre quella sagoma deforme e ironica di mia nonna Adele... quella coi baffi.

Da piccola, tutte le volte che ripeteva questa tiritera io restavo lì, basita, col moccico penzolante dal naso e la bambola tra le braccia, cercando di comprenderne l’essenza fondamentale di quel monito, ma per quanto mi sforzassi non riuscivo a capirci una nespola (oggi sono educata!).

Dopo poderosi studi classici e seghe mentali provenienti da un’attenta disamina della natura umana femminile, oltre ad apprendere esclamazioni meno educate tipo “Cazzo, minchia e altre delizie!” cominciai a comprendere che il movimento evolutivo della cultura femminile assomiglia sempre di più ad il gioco dell’oca: quello strabiliante gioco per ragazzine starnazzanti in vena di apprendimento veloce dei “comportamenti vincenti”, in cui ad ogni passo in avanti corrisponde una ventina di passi a ritroso. E questa è senza dubbio la logica predominante del nostro agire.

Ogni tanto infatti il mio ottimismo, condito da opportune quanto chilometriche piste di coca, mi fa vedere cose che non esistono, prima fra tutte l’emancipazione. A sentirmi parlare sembrerebbe che io sia fissata con questa storia; a dire il vero invece io sono diventata allergica a questa parola… e a tutte le donne che amano farsi i clisteri con questo insignificante e obsoleto concetto vecchio come il cucco.

Non passa giorno infatti che io non senta o legga merdose affermazioni che tentano di ripristinare, rispolverare o riesumare questa parola con l’obiettivo di negare l’evidenza di fatti certamente più eloquenti di tante minchiate sparate a destra e a manca attraverso quel tubo catodico che collega le grandi labbra alle labbra grandi (l’analogia è stata gentilmente offerta dalla rivista scientifica “Neuroni. Avercene!!!” e dal Consorzio per la produzione del botulino).

Il buon gusto e la saggezza, si sa, non sono caratteristiche che ci appartengono, e questo risulta evidente con maggior forza se si considera che nonostante gli sforzi sovrumani degli stilisti siamo incapaci di vestirci, e che non siamo neppure capaci di pensare ed agire strategicamente senza inciampare nelle solite, vecchie, ma efficaci trappole poste qui e là tra un pompino sottobanco e una scopatina condita da penosa accondiscendenza e strabico opportunismo .

E per questo motivo che, malgrado gli apparenti sforzi per modificare la nostra immagine “sociale”, caschiamo a gambe all’aria sempre sulla stessa buccia di banana: la banana senza buccia dell’uomo “forte”… la cui grandezza è solitamente direttamente proporzionale alla grandezza del suo portafolio , e indirettamente proporzionale a grossezza del suo pisello. Perché, diciamocelo francamente, quando scegliamo il nostro uomo tutto ci interessa tranne le sue doti amatorie… tanto, comunque andrà, potremo abilmente simulare goduriosi guaiti, orgasmi multipli e complimenti disinteressati.

Quel che ci interessa è infatti il potere, ma sia ben inteso solo quello che crea orgoglio e fierezza, ovvero quello che evoca solo titanici sforzi e capacità sovrumane. Nessuna di noi, infatti, se ne andrebbe in giro ad ammettere di aver fatto carriera grazie agli ettolitri di sbobba ingurgitata furtivamente sotto la scrivania di chicchessia; certe cose è bene che rimangano perfettamente nascoste… perché non solo mammà non gradirebbe scoprire che sua figlia è una gran mignotta, ma perché ciò potrebbe rendere sbiadito il nostro talento, la nostra integrità e i nostri duri sacrifici.

“Mai abbassarsi ai compromessi, ma abbassarsi quanto basta senza che nessuno ci veda” è questo che devono aver realizzato due delle più discusse donne di quest’ultimo periodo: Condoleeza Rice e Mara Carfagna.

Apparentemente non associate da nessun comune denominatore, le due donzelle hanno recentemente vinto ex-equo il premio quale “Migliore performance politica a seguito di una fellatio con tanto di rancido topping”. Dopo la consegna del premio in pieno Red Light District (Amsterdam), Monica Levinski - la moderna pioniera del “tutto in un boccone e un po’ sul vestitino azzurro” - ha clamorosamente affermato: “sono contenta per loro, ma a me spettano i diritti d’autore e un posto in parlamento”. Come darle torto?!

Vi dirò, al tempo della comparsa di Condy sulla scena politica, mi ero spesso chiesta come avesse potuto una donna nera giungere ad un così alto livello di visibilità politica. Il suo sguardo di mastino napoletano, la sua mascella quadrata, i suoi costumati tailleurini e la sua intrinseca cessitudine mi avevano quasi convinto del fatto che il segreto del suo successo risiedesse nella sua prodigiosa intelligenza, nel sua innegabile bravura. Si, per un istante sufficientemente lungo avevo creduto che il tanto atteso riscatto della donna dal potere dell’uomo si fosse finalmente realizzato. Si, per un momento ho creduto a tutto questo, ma oggi tutto è crollato… come uno grattacielo spazzato via dall’onda anomala di uno tsunami. Non ci sono parole.

Discorso diverso va fatto per la nostra nazional-popolare Mara dagli occhi di cerbiatta. Lei, infatti, proprio non mi aveva proprio convinto dall’inizio. Insomma, va bene credere ai miracoli… ma una velina che diventa ministro esige una portentosa combinazione di Alzheimer, fiumi di Negroni e piste di coca a go-go.

Nel suo caso non c’erano proprio dubbi: le sue doti erano fortemente correlate a pali di lap-dance, ombelichi scoperti, tacchi alti e a secoli di palestra su esercizi a non più di mezzo metro d’altezza. Che poi, promuoverla alle Pari-opportunità è stato davvero paradossale. Cosa avrà voluto comunicare Berlusconi con una simile scelta se non ribadire che il modello di successo al femminile passa ancora tra le gambe di un uomo?!

Mara Carfagna c’è la fatta, ma io mi chiedo perché non darle il giusto premio: più che il ministero delle Pari opportunità io avrei pensato al ministero della Semplificazione maldestramente poi attribuito a Calderoli. Ecco si, Mara l’avrei proprio vista legittimamente in questo ruolo, perché come ha semplificato lei le cose non l’ha fatto nessuno. Tutte noi infatti dovremmo prendere esempio da lei, e per Dio (!) al diavolo tutto il resto: università, sacrifici, capacità reali, integrità, meritocrazia. Quello che serve oggi è solo una buona dose di coraggio, un paio di ore di palestra al giorno, silicone nei punti giusti, naso tappato e machiavellica determinazione. Più semplice di così?!!!

Ancora una volta, ahimé, ha trionfato il modello di donna che noi da tanto tempo stiamo cercando di scrollarci di dosso; quello della “donna-salvadanaio”… che si apre solo quando è pieno. Pieno di cosa? Fate voi,basta che luccichi, tintinni, sbrodoli , o che consenta di fare shopping selvaggio da mattina a sera e di fare invidia alle amiche. Noi abbiamo bisogno solo di questo.

Il resto, tanto per rimanere in tema, sono solo puttanate!!!
Ma non rammaricatevene care amiche, non è colpa nostra, è solo colpa di nostro padre… poteva lasciarci annegare nel fiume, e decidere di salvare solo il figlio maschio! Cazzo che mirabile lampo di genio!!!

Amanda