mercoledì 27 agosto 2008

NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI


Ci sono questioni controverse che spesso ci attraggono proprio per la loro opinabilità. Si tratta in vero di questioni intricate ai limiti dello spazio profondo che viste abilmente da due prospettive diverse producono parimenti elementi di verità inoppugnabili.
Il nostro amico e conterraneo Pirandello aveva ben sintetizzato questo concetto nel suo celeberrimo “Così è (se vi pare)” , insinuando che non tutto è come appare… e tutto quel che appare dipende.

Arriviamo al punto G del post, analizzando l’evento clou della Settimana della porchetta di Ariccia (Roma). Cosa avrà a che fare Ariccia con l’argomento di oggi è tutto un mistero, ma sicuramente la porchetta c’entra… e come!
La porchetta in questione non è una porchetta comune; è una di quelle intellettuali che saltuariamente preferiscono definirsi soltanto “una di quelle”. Dall’altra parte c’è il maialone.
La prima è una dottoressa, laureata in vattelappesca cosa; il secondo è il suo ex professore, meglio noto come il suo ex. Vediamoci chiaro.
Questa è la vicenda, sinteticamente:
Torino, agosto 2008. La dottoressa Caputo si presenta agli esami per accedere alla specializzazione in Medicina Legale. Il concorso si svolge apparentemente in maniera corretta, poiché la stessa, vistasi trombata al concorso decide di ricorrere al TAR per far valere le proprie ragioni, ma soprattutto per denunciare vizi procedurali e amministrativi… nonché i presunti vizi del maialone direttore dell’omonimo istituto presso l’università di Torino.
Lasciando stare quel che diranno gli avvocati , cerchiamo di capirci qualcosa facendo soprattutto luce sulle parole dette ufficialmente da entrambe le parti.
Lei dice di essere stata bocciata poiché “non più in grado di compiacerlo sessualmente a causa del (suo) stato di gravidanza”. Lui nega tutto.
A parte le costumate riflessioni sull’accaduto che tutto dicono dell’ipocrisia imperante in ambito accademico… perché i giochi si fanno da sempre così e nessuno ha avuto mai da ridire perché è sempre convenuto ad entrambe le parti, quel che viene da chiedersi è: cosa ne sarebbe stato del concorso se la Caputo avesse ottenuto il posto?
Forse la dott.ssa se ne sarebbe andata in giro spargendo nell’etere minchiate del tipo “sono stata scelta perché sono la più brava”, senza contare che qualcuna, sentitasi defraudata del posto avrebbe potuto obiettare “ma brava a fare cosa?” Lo so, la domanda è retorica.

È singolare infatti che qualcuna ricorra al TAR non per vizi procedurali o “per ingiustizia” quanto perché una volta tanto il concorso si è svolto correttamente. La stessa Caputo afferma, di essere stata fatta fuori “per aver smesso di compiacerlo” che è cosa diversa dall’affermare, di essere stata trombata “per essersi rifiutata di compiacere il prof”.
Nel primo caso, infatti, è chiaro che forse (anzi sicuramente) era anche e soprattutto interesse suo compiacere il professore al fine di ottenere la promozione; si ravvisa cioè una forma di logica “do ut des”. Senza contare che sicuramente sarà stata lei a fargliela annusare, finalizzando ogni sua azione al raggiungimento del risultato finale.
Nel secondo caso invece il rapporto sarebbe stato assolutamente a sfavore del prof, il quale forte di una posizione di dominanza ne avrebbe approfittato per piegare la volontà della studentessa.
L’aspetto paradossale è che la stessa abbia poi affermato “ho subito un’ingiustizia, sono vittima di un gioco di potere”. Ma di quale ingiustizia si parla esattamente? Io questo lo vorrei proprio sapere, visto che la vera ingiustizia si sarebbe compiuta solo se fosse stata promossa lei al posto di una più meritevole.
Certamente il prof. Tappero, come tanti uomini, è un emerito coglionazzo… perché cadere così maldestramente tra le gambe di una donna rivela soltanto una carenza di neuroni. Oltretutto, con tutti i soldi che guadagna perché non pagarsi allegramente un professionista del pompino, anziché scomodare una cretinetti con ambizioni professionali da obitorio? E che dire del marito di lei, felicemente cornuto e complice della moglie? A lui va sicuramente il premio nobel honoris cause per il rincoglionimento da figa e una pallottola in fronte.
Per quanto riguarda il finale della storia, beh adesso la questione farà avanti e indietro per i tribunali per almeno dieci anni regalando al pubblico presente la classica perfomance della solita, stanca vittima della situazione: la povera sgualdrinella tutta libri e ardore scientifico, coinvolta suo malgrado in un torbido inganno ad opera dell’ennesimo maschio sbrodoloso.

… e tutte le femministe del cazzo grideranno allo scandalo. Che pizza!!!
Per quanto mi riguarda, la questione ha una sola soluzione: la notte prima degli esami è meglio stare leggere...
Amanda

sabato 16 agosto 2008

... E ALLA FINE GLIEL'HA DATA




Gli esperti in geriatria sono soliti affermare che la menopausa segna il passaggio della donna dall’età feconda a quella sterile. Il tutto avviene, si sa, accompagnato da tutta una serie di effetti “collaterali”: caldane, sbalzi d’umore, prime avvisaglie di rincoglionimento e, dulcis in fundo, aumento del desiderio sessuale arricchito dal diktat di doverla dare a chiunque ce la chieda finché si è ancora in tempo, o di donarla generosamente a tutti coloro che ne hanno fatto richiesta nei tempo passati. Insomma, la menopausa ha effetti retroattivi… un po’ quelle leggi ad personam tanto care ad una certa classe politica.


Non sono solita fare nomi, ma stavolta farò anche i cognomi: Santanché. Daniela Santanché(ritratta in foto durante la campagna elettorale ndr).
La più liftata delle donne di destra dopo la Mussolini (le cui labbra sono state sottratte al museo della scienza navale e riciclate per il salvataggio di 2000 extracomunitari a largo delle coste di Lampedusa) ha reso noto in questi giorni che, dopo averci rotto i coglioni con quegli estenuanti tira-e-molla col Cavaliere nano, ha deciso di capitolare e di concedergli “finalmente” l’accesso all’arida zolla. (vedi Libero del 7 agosto e l’Espresso del 21 agosto)


Il primo ad essere stupito di questo dietrofront è stato lo stesso mr B, il quale, in preda all’ennesimo indizio di sopravvenuto morbo di Alzheimer, ha ovviamente negato di averne fatto richiesta. Insomma perché ambire alla virtù di una vecchia e attempata gallina, quando si possono ottenere senza fatiche quelle di promettenti veline a forma di ministre delle pari-opportunità?



Vi dirò, il dubbio mi aveva sfiorato, anche perché con tutti i ritocchi che puoi fare, ci sono cose che non si possono fingere… come ad esempio la pazzia, le rughe nelle mani, e la disposizione del proprio corpo nello spazio. Ed è proprio in riferimento a quest’ultimo baluardo dell’integrità della Santanché che si concentra lo stupore della rimanente popolazione italiana dotata di almeno due neuroni. Vi ricordate infatti lo scassamento di minchia con cui la Danielona dal photoshop fraudolento continuava ad ammorbare l’atmosfera pre-elettorale? No? Male, molto male, e soprattutto strano, molto strano; anche perché non capita spesso vedere un’orda di galline che bisticciano per decidere se le donne di destra preferiscano le posizioni “orizzontali” a quelle “verticali”… che poi, voglio dire, perché non includere alternative più convincenti? Che so, a novanta gradi o quella del missionario?!


Al termine di questa bagarre, in cui la Santanché sentenziò di essere l’unica "alfieressa" della politica italiana capace di dire “no” a destra e a manca, una parte di quei pochi esseri pensanti che l’aveva votata aveva apprezzato la sua integrità, il suo non arretrare davanti a situazioni di comodo, il suo ostinato ma garbato standing professionale, la sua femminilità immune ad ogni piaggeria.


Concluse le elezioni, qualcosa però qualcosa iniziò a cambiare: la sua visibilità politica e sociale – a parte quel picco dovuto alla boutade sulle prostitute - cominciò (giustamente) ad appannarsi… e lei come ogni donna-donna-donna-priva-di-fantasia resasi conto che la sua patonza non era più ambito oggetto di desiderio (qualora lo fosse mai stata) iniziò a fare quello che qualsiasi altra donna-donna-donna-alla-canna-del-gas-con-le-ragnatele avrebbe “normalmente” fatto in questi casi: darla.


Oddio, se ella non si fosse ostinata a pubblicizzare questo ipotetico quanto surreale modello di donna, forse oggi sarebbe a fare buona compagnia alla Carfagna e tutto sarebbe risultato “coerente” col modus essendi delle donne che si illudono di fare carriera.
Ad ogni modo, oggi a pochi mesi dalla fine dei giochi politici, la Santanché – con un dietrofront che non ha nulla di strategico – non solo tenta un riavvicinamento all’uomo che non gliel’aveva mai chiesta, ma lo fa anche nel peggiore dei modi: rimangiandosi in un sol boccone tutte quelle palate di merda che si era divertita a lanciare contro i suoi detrattori, e prostituendosi come meglio le riesce.



E così improvvisamente si odono parole del tipo: “è meglio tornare col Cavaliere” o “la politica si fa così” (mentendo e ingannando coloro che hanno creduto in lei. Per fortuna pochi).


Il punto allora è uno solo: Daniela non desiderava “la” poltrona, ma “una” poltrona… una qualsiasi. E per questo ci ha preso in giro, lasciandoci intendere che forse il suo fosse davvero un modo diverso di vedere le cose e i destini delle donne. Ci ha davvero illuso: lei non è una donna verticale, anzi è la più orizzontali di tutte le altre. E non potrebbe avere le palle nemmeno se se le ricamasse sullo slippino contenitivo.



La Santanché è una donna come la gran parte di noi (o di voi): le piace fare la gran donna, la gran troia (politicamente parlando), le piace tradire, illudere, farsi corteggiare. Ed è così soprattutto perché non possiede uno straccio di idea valida, non una vera idea politica…ma sa, o può, solo tristemente ribadire al mondo attorno a sé una sola e unica verità: che le donne non sono nulla senza l’aiuto e il potere di un uomo.


Per quanto mi riguarda invece è solo patetica… e decisamente più in basso delle altre che ambiscono a risollevare le sorti delle pari opportunità delle donne.


No, care amiche, non illudetevi : non c’è da risollevare nulla… solo sdraiarsi, divaricare le gambe, riempirsi la bocca di un pasto caldo e ringraziare gli “inter-venuti”.

Amanda

lunedì 11 agosto 2008

STEREOTIPI DA ESPORTAZIONE? CHEERS!!!



Stamane mi sono svegliata con una specie di malore diffuso. Sulle prime avevo pensato ad un attacco di diarrea da eccesso da olimpiadi… - io poi, che con il cibo cinese non ci sono mai andata d’accordo – ma poi riflettendo accuratamente ho realizzato che qualcosa di impercettibile non era passato attraverso il setaccio della coscienza ed era rimasto impigliato come un fastidiosissimo chiodo sui pregiatissimi collant di seta dall’inenarrabile costo.

Ebbene, quel qualcosa era davvero un’inezia, una cosa alla quale non si ha modo di pensare immediatamente tanto era perfettamente integrata nel quadro d’insieme.


Ieri, ad un orario imprecisato, stavo pigramente guardando le competizioni di beach volley : due ragazzi contro due, tutti e quattro a piedi nudi, un pallone e un finto set da spiaggia, giusto per simulare il contesto iconografico in cui si è originata questa nuova disciplina olimpica. C’erano solo due piccole stonature: la totale assenza del sole – e al suo posto un nebbione stile Milano in febbraio – e un set completo di sgallettate in costumino giallo con vistosi e coloratissimi pon-pon agitarsi come ossesse ai bordi del campo.


Ecco, sulle prime, questi due piccoli dettagli erano passati inosservati, e sarebbero rimasti tali se anziché essere in Cina ci fossimo trovati negli States. Una persona qualunque – una persona davvero comune e molto cheap – forse si lascerebbe scappare un timido : “beh e che c’è di male? Sono simpatiche, o forse anche bone, e rendono colorate e più divertente i match della partita”. E non avrebbe torto, penso io, perché comunque la presenza di un MacDonald negli USA è cosa assolutamente “normale”, ma soprattutto “culturalmente ” in linea con parte dell’immondizia culturale che si produce da quelle parti. Anzi, penso proprio che ci stupirebbe il contrario.


La questione comincia ad assumere una certa rilevanza se si pensa che per “costruire” questo dettaglio iconografico, gli organizzatori delle Olimpiadi cinesi abbiano assoldato un pool di “maestre” americane per insegnare a 600 sfaccendate con gli occhi a mandorla a sgambettare davanti ad un pubblico inerme al fine di “eccitare” i loro animi distratti da ben più pesanti preoccupazioni.


Un tempo si diceva che la religione fosse l’oppio dei popoli, oggi lo stesso effetto lo si vuole sortire con altri mezzi. In Cina infatti, con gonnellini, culo e tette al vento, ci lasciano intendere che si possono ottenere risultati altrettanto miracolosi: dare la parvenza di un sorriso a persone che avrebbero invece bisogno di un po’ di aria pulita.


Ma non siamo ancora aggiunti al cuore della questione; questo è solo l’inizio perché ciò che resta più preoccupante è che in realtà si tratta di acquisizione di un modello culturale.


In Cina ormai si vede di tutto, come nel resto del mondo si vede ogni cosa prodotta dai cinesi. Insomma, una sorta di omeostasi culturale fondata sulla reciproca compenetrazione e sull’abbattimento delle barriere che un tempo avrebbero protetto tutti dagli altri. Di questo non mi stupisco, non ancora.

La cosa che veramente mi ha lasciato basita è stata verificare la facilità con cui un modello di cultura possa, a torto o ragione, prevalere sull’altro, ma soprattutto la velocità con cui un certo modello di donna possa essere addirittura esportato e fatto passare una conquista di modernità. Quando invece è esattamente l’opposto.

Il punto è sempre lo stesso: perché le donne oggi continuano a lagnarsi dell’ingiustizia di “genere” che grava sulla propria testa, e contemporaneamente rimpinguano nei loro “nemici” l’idea che la donna serva solo a fare la bella statuina? Lo so, potreste obiettare che non ci sono solo “questi” tipi di donne, ma anche tipi umani di donne-donne, ovvero di donne che non hanno paura di non apparire e che amano distinguersi per “altre” qualità.


Eppure non si sa come né perché, il modello di donna sbagliata emerge con più facilità… e non certo a causa degli uomini. La donna, antropologicamente parlando, sta cercando da tempo con estrema difficoltà di “raddrizzare” una visione miope sulle proprie potenzialità, sta cioè cercando di raggiungere una visibilità non subordinata a quella dell’uomo. Questo è quello che credo io, e non credo di essere l’unica, altrimenti non si spigherebbero quest’ondata di politiche di pari-opportunità nel mondo.
… E come nella classica barca a remi, se c’è una o due donne che vogano nella direzione auspicata, come minimo ce ne sono almeno altre venti che remano in direzione opposta, per cui i minimi margini di progresso vengono vanificati dai più evidenti passi indietro.

Insomma, sono le donne stesse a contrastare l’emergere di un certo modello di emancipazione. Si perché mentre una piccola minoranza vede nella libertà da certi stereotipi il germe dell’emancipazione vera, la stragrande maggioranza ravvisa quest’ultima nella conquista del potere. Il potere della figa.

Le donne sanno come far capitolare un uomo; facendogliela annusare, e questo – secondo loro – dovrebbe essere sufficiente per garantire loro una dominanza di genere. È vero l’uomo capitola – infoiato com’è, capirai! – ma è e rimane strategicamente scaltro, perché finge di concedere alla donna lo scettro del comando quando invece, in realtà, l’unica cosa che si ritrova in mano è uno scettro di miss-vattelapesca, o peggio un paio di ingombranti pon pon.

La logica sottostante è questa dunque: agire sul principio di piacere dell’uomo per ottenere qualcosa. Infatti, quale donna sana di mente si presterebbe, sulla base di un principio globale di uguaglianza, ad “addomesticare” altre donne all’arte di compiacere l’uomo se non quella che crede fermamente nella sopracitata logica?


Ma forse le cose vanno e devono andare così… insomma, oggi abbiamo perfettamente compreso di essere in grado di andare dove vogliamo. Tutto dipende da noi, dalla forza dei nostri desideri, e dalla forza del potere che speriamo di ottenere. Il presunto giocoforza dell’uomo è oramai un alibi che non sta più in piedi; a noi piace essere così: cretine, troie ed eternamente giovani.

Ma chissà cosa accadrà quando l’avvenenza lascerà il posto al grottesco, quando la bellezza lascerà il posto al botox, e quando la logica del “mostrare” lascerà il posto a quella del “nascondere per la vergogna”. Perché si sa, la vecchiaia non risparmia nessuna.
Ma forse è il caso di dirla con Oscar Wilde: «La bellezza, la vera bellezza, finisce dove inizia l'espressione intellettuale.» Tutto il resto sono minchiate.

Cheers!!!


Vostra Amanada

mercoledì 6 agosto 2008

AND THE WINNER IS...


Incipit: news dal mondo.

L'inno della Giornata dell'Orgasmo Femminile, il più piacevole dei dirittiUna gioia per tutte. Un'abitudine per poche. Un'aspirazione per molte. Eppure ogni donna ha il diritto di smetterla di fingere piacere.
Serviva davvero una Giornata dell'Orgasmo femminile di mezz’estate (il 31 luglio) per ribadire questo concetto? Ci sono ben altre emergenze al mondo, è vero, ma fare il punto della situazione appagamento sessuale è sempre utile. Soprattutto se la celebrazione prende il via dalla Gran Bretagna, Paese tradizionalmente un po' "freddino", da tutti i punti di vista.

Qualche dato, tanto per intendersi: il 46 per cento delle donne dichiara di non avere mai o di aver raramente provato un orgasmo vaginale. Il 36 per cento non prova mai o quasi mai un orgasmo clitorideo durante il rapporto sessuale, mentre l'85 per cento lo raggiunge con l'autoerotismo. Secondo la stessa indagine - condotta ad hoc su più di 2mila inglesi - l'80% delle donne, durante i rapporti con il partner, è dunque “costretta” a simulare. Peggiorando la situazione: già, perché fingere serve solo a insabbiare il problema, a sviluppare frustrazione e a buttarsi giù, sostengono le promotrici dell’evento. E invitano, per un giorno almeno, a non recitare a letto. A promuovere l’inziativa, una catena di sex toys, ormai definitivamente sdoganati in quella che si potrebbe definire la “rivoluzione sessuale del Ventunesimo secolo": la vagina è mia, e ci gioco come (e con cosa) voglio io.

Il manifesto della Giornata? Semplice: è giunto il momento che le donne rivendichino il loro diritto a una vita sessuale piena e soddisfacente al grido di "Godi, non fingere"”.

COMMENTO

Come al solito, le intenzioni sono buone, ma poi... ma poi noi donne ricadiamo nella stessa trappola: utilizzare l'orgasmo non edonisticamente per godere come gran maiale, ma utilizzarlo per ottenere il nostro profitto.

Insomma, si, l'orgasmo come moneta di scambio, per ottenere dall'uomo (compagno o marito che sia) un vitalizio.

Se ci pensate bene, perché finiamo col mentire cosi spudoratamente, ma anche cosi lungamente? La questione non è certo affettiva: siamo libere di cercare il maschio d'accoppiamento perfetto, ma guardacaso quest'ultimo è anche il meno indicato per "sostenere" il nostro shopping o le nostre ambizioni sociali e di status.

Da che mondo e mondo, l'uomo sceglie sempre la donna bella (o eroticamente dotata); la donna invece preferisce altre "qualità". L'uomo deve sempre pagare una bella donna (o presunta tale), ed ella ricambia l'attenzione con un finto orgasmo.
Non riusciamo proprio ad evadere da una simile prospettiva e forse non ci interessa nemmeno, dal momento che fingere ci riesce cosi bene. Il dramma sta anche nel fatto che la finzione nei confornti dell'uomo non regge dentro di noi: ci sentiamo frustrate e avvilite per non riuscire a raggiungere uno straccio di benessere con l'unico pezzo di carne che può provocarcelo.
Preferiamo infatti subordinare il nostro piacere ad altre mete, finendo poi con l'accontentarci di un misero dito tra le gambe.


Non ci sono altri motivi, ma soprattutto non ci sono altri alibi, e come al solito il quadretto evidenzia una scena a noi molto famliare: l'armadio pieno e l'orgasmo vuoto.

Vi dirò, non provo nessuna pietà nei confronti di queste donne. Ognuna di noi fa e crede cio che vuole... e anche in questo la libertà è massima. Quindi anziché rompere i coglioni agli uomini, rivendicando - come dice il suddetto articolo - il diritto ad una piena sessualità, impariamo a scegliere in modo diverso il nostro uomo. E' meglio una sana e goduriosa scopata che non un paio di scarpe che presto non metteremo più.

Ah, se solo imparassimo ad essere sincere almeno col nostro corpo...

E poi scusatemi, anche in fatto di recitazione facciamo proprio pena, soprattutto perche siamo convinte che lui non se ne accorga. Ma quando mai!

Epilogo della storia: un antidepressivo in più, un'infelicità sconfinata... e nemmeno un Oscar quale migliore attrice non protagonista.

Capirai, cagne come siamo!!!

mercoledì 30 luglio 2008

domenica 27 luglio 2008

L'ETERNO RITORNO... AGLI ISTINTI PRIMORDIALI


Non passa giorno che io non abbia conferme che spesso preferirei non ottenere mai, ma si sa il destino di certo non possiamo scegliercelo… e allora ogni cosa che arriva è benvenuta. Non capisco nemmeno io questa premessa, ma fra poco penso che tutto sarà più chiaro anche a me stessa.

Sabato scorso mi sono imbattuta nel solito articolo che non so neppure io come interpretare.
Il titolo era altamente filosofico: “Condi Rice: il mio vero sogno? Fare shopping”.(Corriere della Sera, 26 luglio, p. 15) Non sono certa di capire il perché il Corriere della Sera, tra le tante cose importanti a cui dare spazio, decida di metterci al corrente di un simile “scoop”. Mah!!!

Sebbene sia sempre presente a me stessa (non sapete che noia?!) ogni tanto anche io crollo davanti alle più imbarazzanti evidenze , e una nube di punti interrogativi improvvisamente sembrano addensarsi sulla mia testa in puro stile “Nuvoletta Famiglia Addams”.

La questione principale, quella che esplode con una violenza simile soltanto a quella di un rutto lanciato in aria tra un prosit e l’altro durante l’Oktober fest, riguarda quell’insignificante parola di sei lettere che tanto stupide ci fa apparire: “perché?” Si, ok, non è molto originale, però io davvero prima di andare oltre vorrei sapere “perché?”… si insomma, perché? Perché? Perché? Perché il desiderio di una vita di una donna debba essere sempre ridotto o ricondotto a quell’inutile esercizio fisico di origine uterina che ci spinge ad aprire il forzieri per dare sfogo al nostro insano desiderio di comprare l’ennesimo paio di scarpe o un qualsiasi straccetto costipato in qualche fetida boutique del centro?

Si tratta forse di un imprinting? Di un qualcosa di indissolubilmente legato al nostro essere donne? La risposta non giunge, eppure un tarlo mi rode in testa: perché la Condy-Condy spara minchiate del genere? Quale obiettivo avrà voluto perseguire asserendo di voler finalmente tornare a fare shopping rivolgendosi ad un’orda di scolarette australiane?

Io sono sempre stata dell’opinione che le parole avessero un peso specifico e quindi credo di essere legittimata a pensare che il suo voleva essere un insegnamento pedagogico, della tipo: “fate un reset alle vostre mete future, rivedete le vostre ambizioni… non perdete tempo a fare altro”. E d’altronde se è la stessa Condy a dirlo, immagino che lei stessa ci creda per prima.

Lo so, ognuna e libera di credere a ciò che vuole, ma perché allora non tenerselo per sé ed evitare di “infettare” la già malsana etica delle ragazzine d’oggi? Non ci è dato saperlo.

La questione richiama poi quell’odiosissimo determinismo bio-sociale che da oltre seimila anni stiamo cercando di scrollarci di dosso, ma che ad ogni piè sospinto confermiamo. Insomma, siamo forse nate per fare solo questo? È questo il nostro scopo di vita? È questo il fine ultimo che regola tutte le nostre azioni?

È questo il motivo per cui piuttosto che fare una decorosa carriera in fonderia, preferiamo sgambettare, mostrare tette e culo e farci mantenere?

Ma soprattutto perché continuo a farmi queste seghe mentali quando so già la risposta?

sabato 26 luglio 2008

LE VIE DEL SUCCESSO… SONO ALBERATE E PIENE DI MARCIAPIEDI.



La via per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. Questo diceva sempre quella sagoma deforme e ironica di mia nonna Adele... quella coi baffi.

Da piccola, tutte le volte che ripeteva questa tiritera io restavo lì, basita, col moccico penzolante dal naso e la bambola tra le braccia, cercando di comprenderne l’essenza fondamentale di quel monito, ma per quanto mi sforzassi non riuscivo a capirci una nespola (oggi sono educata!).

Dopo poderosi studi classici e seghe mentali provenienti da un’attenta disamina della natura umana femminile, oltre ad apprendere esclamazioni meno educate tipo “Cazzo, minchia e altre delizie!” cominciai a comprendere che il movimento evolutivo della cultura femminile assomiglia sempre di più ad il gioco dell’oca: quello strabiliante gioco per ragazzine starnazzanti in vena di apprendimento veloce dei “comportamenti vincenti”, in cui ad ogni passo in avanti corrisponde una ventina di passi a ritroso. E questa è senza dubbio la logica predominante del nostro agire.

Ogni tanto infatti il mio ottimismo, condito da opportune quanto chilometriche piste di coca, mi fa vedere cose che non esistono, prima fra tutte l’emancipazione. A sentirmi parlare sembrerebbe che io sia fissata con questa storia; a dire il vero invece io sono diventata allergica a questa parola… e a tutte le donne che amano farsi i clisteri con questo insignificante e obsoleto concetto vecchio come il cucco.

Non passa giorno infatti che io non senta o legga merdose affermazioni che tentano di ripristinare, rispolverare o riesumare questa parola con l’obiettivo di negare l’evidenza di fatti certamente più eloquenti di tante minchiate sparate a destra e a manca attraverso quel tubo catodico che collega le grandi labbra alle labbra grandi (l’analogia è stata gentilmente offerta dalla rivista scientifica “Neuroni. Avercene!!!” e dal Consorzio per la produzione del botulino).

Il buon gusto e la saggezza, si sa, non sono caratteristiche che ci appartengono, e questo risulta evidente con maggior forza se si considera che nonostante gli sforzi sovrumani degli stilisti siamo incapaci di vestirci, e che non siamo neppure capaci di pensare ed agire strategicamente senza inciampare nelle solite, vecchie, ma efficaci trappole poste qui e là tra un pompino sottobanco e una scopatina condita da penosa accondiscendenza e strabico opportunismo .

E per questo motivo che, malgrado gli apparenti sforzi per modificare la nostra immagine “sociale”, caschiamo a gambe all’aria sempre sulla stessa buccia di banana: la banana senza buccia dell’uomo “forte”… la cui grandezza è solitamente direttamente proporzionale alla grandezza del suo portafolio , e indirettamente proporzionale a grossezza del suo pisello. Perché, diciamocelo francamente, quando scegliamo il nostro uomo tutto ci interessa tranne le sue doti amatorie… tanto, comunque andrà, potremo abilmente simulare goduriosi guaiti, orgasmi multipli e complimenti disinteressati.

Quel che ci interessa è infatti il potere, ma sia ben inteso solo quello che crea orgoglio e fierezza, ovvero quello che evoca solo titanici sforzi e capacità sovrumane. Nessuna di noi, infatti, se ne andrebbe in giro ad ammettere di aver fatto carriera grazie agli ettolitri di sbobba ingurgitata furtivamente sotto la scrivania di chicchessia; certe cose è bene che rimangano perfettamente nascoste… perché non solo mammà non gradirebbe scoprire che sua figlia è una gran mignotta, ma perché ciò potrebbe rendere sbiadito il nostro talento, la nostra integrità e i nostri duri sacrifici.

“Mai abbassarsi ai compromessi, ma abbassarsi quanto basta senza che nessuno ci veda” è questo che devono aver realizzato due delle più discusse donne di quest’ultimo periodo: Condoleeza Rice e Mara Carfagna.

Apparentemente non associate da nessun comune denominatore, le due donzelle hanno recentemente vinto ex-equo il premio quale “Migliore performance politica a seguito di una fellatio con tanto di rancido topping”. Dopo la consegna del premio in pieno Red Light District (Amsterdam), Monica Levinski - la moderna pioniera del “tutto in un boccone e un po’ sul vestitino azzurro” - ha clamorosamente affermato: “sono contenta per loro, ma a me spettano i diritti d’autore e un posto in parlamento”. Come darle torto?!

Vi dirò, al tempo della comparsa di Condy sulla scena politica, mi ero spesso chiesta come avesse potuto una donna nera giungere ad un così alto livello di visibilità politica. Il suo sguardo di mastino napoletano, la sua mascella quadrata, i suoi costumati tailleurini e la sua intrinseca cessitudine mi avevano quasi convinto del fatto che il segreto del suo successo risiedesse nella sua prodigiosa intelligenza, nel sua innegabile bravura. Si, per un istante sufficientemente lungo avevo creduto che il tanto atteso riscatto della donna dal potere dell’uomo si fosse finalmente realizzato. Si, per un momento ho creduto a tutto questo, ma oggi tutto è crollato… come uno grattacielo spazzato via dall’onda anomala di uno tsunami. Non ci sono parole.

Discorso diverso va fatto per la nostra nazional-popolare Mara dagli occhi di cerbiatta. Lei, infatti, proprio non mi aveva proprio convinto dall’inizio. Insomma, va bene credere ai miracoli… ma una velina che diventa ministro esige una portentosa combinazione di Alzheimer, fiumi di Negroni e piste di coca a go-go.

Nel suo caso non c’erano proprio dubbi: le sue doti erano fortemente correlate a pali di lap-dance, ombelichi scoperti, tacchi alti e a secoli di palestra su esercizi a non più di mezzo metro d’altezza. Che poi, promuoverla alle Pari-opportunità è stato davvero paradossale. Cosa avrà voluto comunicare Berlusconi con una simile scelta se non ribadire che il modello di successo al femminile passa ancora tra le gambe di un uomo?!

Mara Carfagna c’è la fatta, ma io mi chiedo perché non darle il giusto premio: più che il ministero delle Pari opportunità io avrei pensato al ministero della Semplificazione maldestramente poi attribuito a Calderoli. Ecco si, Mara l’avrei proprio vista legittimamente in questo ruolo, perché come ha semplificato lei le cose non l’ha fatto nessuno. Tutte noi infatti dovremmo prendere esempio da lei, e per Dio (!) al diavolo tutto il resto: università, sacrifici, capacità reali, integrità, meritocrazia. Quello che serve oggi è solo una buona dose di coraggio, un paio di ore di palestra al giorno, silicone nei punti giusti, naso tappato e machiavellica determinazione. Più semplice di così?!!!

Ancora una volta, ahimé, ha trionfato il modello di donna che noi da tanto tempo stiamo cercando di scrollarci di dosso; quello della “donna-salvadanaio”… che si apre solo quando è pieno. Pieno di cosa? Fate voi,basta che luccichi, tintinni, sbrodoli , o che consenta di fare shopping selvaggio da mattina a sera e di fare invidia alle amiche. Noi abbiamo bisogno solo di questo.

Il resto, tanto per rimanere in tema, sono solo puttanate!!!
Ma non rammaricatevene care amiche, non è colpa nostra, è solo colpa di nostro padre… poteva lasciarci annegare nel fiume, e decidere di salvare solo il figlio maschio! Cazzo che mirabile lampo di genio!!!

Amanda

venerdì 4 luglio 2008

HILLARY CLINTON. SE NON CI FOSSI… BISOGNEREBBE RINGRAZIARE IDDIO.


Ultimamente mi sono convertita al buddismo. Deve essere così oppure quello che vedo non è il cadavere di una donna ma soltanto l’involucro raggrinzito di una bambola gonfiabile lasciato ai bordi di una discarica umana, politica e sociale. Beh, per quel che mi riguarda è sia l’uno che l’altra... e l’altra ancora.

Circa cinque mesi orsono avevo pubblicato una serie di post sulla nostra carissima “Hillary dalla fellatio in prestito” (l’aveva prestata a Monica, pensando di delegarle anche i mugolii per l’ottenimento di uno stage) preconizzando una debacle non solo politica, ma soprattutto personale. Poi mi sono seduta in paziente attesa che il teatrino della perfomance più rosa della Barbie in persona giungesse al termine. Dio che sonnolenza: tutto è stato così scontato… più di un collant smagliato.

Non ci sono parole per descrivere quello che è successo in questi cinque mesi; infatti non una parola è fuoriuscita … solo grandi e poderosi sbadigli per la serie “famo presto che è tardi!”.
E così, fra una convention e l’altra, da buona buddista, mi sono seduta lungo il fiume ad aspettare in paziente attesa… ad aspettare, vedere e ad ascoltare. Cosa? La fiumana di minchiate, le figure di merda, i tira-e-molla, le mise improbabili della donna che (a suo dire) avrebbe voluto essere la prima donna della storia a sedere nel trono della Casa Bianca… e per quel che ne so credo che ci sia pienamente riuscita… né più né meno esattamente come la sua amica Monica è riuscita a fare uno stage nel medesimo luogo: strisciando, o al massimo assumendo comode posture carpon carponi.

Con lo stesso slancio mistico di un kamikaze all’ultimo viaggio della speranza, ho dato fondo a tutte le mie energie pur di non perdermi nulla: ogni dibattito, ogni faccia-a- faccia, ogni vestitino variopinto, ogni ruga tolta con Photoshop dal viso della Clinton, ogni sua rocambolesca femminile mossa... per soffiare la candidatura democratica al giovane Barack. Il risultato? Due etti di cellulite su ogni coscia, un’emiparesi al subconscio e una ventina di pieghe da decubito post-zapping sul pollice destro.
A parte questo, tutto si è svolto nella più assoluta normale routine con uno strepitoso scivolone sul finale: doppio salto mortale senza rete sul manico dello scopettone di casa Obama. Quando si dice l’harakiri!!!

Non c’è nulla da fare: le donne, se proprio non possono farne a meno, amano scavarsi la fossa con le proprie mani. Quella della Clinton è talmente spaziosa che, si e no, c’entra pure quella brufolosa Chelsea e quel mitomane mezzo-addormentato di suo marito Bill. Insomma, più che una tomba, una fossa comune.
Come si sia giunti ad un simile risultato architettonico è un vero mistero; si vociferava infatti che la ragazza dal capello biondo (e la rana dalla bocca larga incorporata) avesse tutte le carte in regole per ottenere il millenario simbolo maltolto: un cazzo talmente grosso tra le gambe da far invidia al compianto John Holmes.
Eh si, non si può proprio dire che non ce l’abbia messa tutta per realizzare il sogno di tutte le donne del mondo: ottenere il certificato di donna più potente del globo terrestre, come emblema di un avvenuto riscatto da un passato iniquo. Ma ahimé le cose non sono andate nel verso giusto… e non sono andate nel verso giusto per una semplice ragione: perché non è riuscita (e come avrebbe potuto?) a creare attorno a sé il necessario consenso … delle donne. Le sarebbe bastato infatti il solo voto delle donne per assicurarsi la poltrona (braccioli in avorio, simil-pelle umana. Tutto compreso). Si, le sarebbe bastato che ogni donna avesse creduto nel suo “X factor” , nella possibilità di una rivincita globale.
E quindi? E quindi, capitolo chiuso: “è stato un piacere, arrivederci e grazie!”

Non neghiamolo, la ragione profonda di questo smacco si cela dietro al fatto che noi donne siamo di certo le creature più incredibili del pianeta terra… fosse solo per il fatto che passiamo tutto il nostro tempo a lamentarci per la nostra iniqua condizione sociale, senza peraltro dare soluzioni efficaci; ci incazziamo quando non ci sentiamo rispettate, ci detestiamo quando non ci sentiamo coese… ci innervosiamo molto di più (ma molto di più) soprattutto quando una strafiga qualsiasi non solo non ha la cellulite, ma si permette anche di indossare quel costumino sgambato oggetto dei nostri più reconditi desideri narcisistici.

Il punto è infatti che tra le nostre tante incapacità la più grande è di certo quella di non saper guardare lontano; non a caso il nostro sguardo rimane costantemente impigliato nelle calze a rete di quella grande zoccola che sta flirtando con quel mammone di nostro marito. Su questo o sull’immeritato successo della nostra collega di lavoro… di certo meno brava di noi ma sicuramente più troia di quanto sarebbe umanamente logico aspettarsi da una donna.
Che volete che vi dica? E' così: siamo poco, o per nulla, lungimiranti, e questo ci frega ad ogni piè sospinto in ogni ambito della nostra vita. Mal comune mezzo gaudio? No, manco quello, poiché siamo solo grandi uteri senza la benché minima presenza di neuroni collegati… altrimenti non si spiegherebbe la totale assenza ragionamento. Lo so, avrei potuto dire che siamo delle grandi teste di cazzo, ma poi ripensandoci ho realizzato che questo “complimento” sarebbe stato il più inopportuno degli eufemismi. No, meglio non rischiare… con tutte le malattie infettive che ci sono di questi tempi, potremmo anche rischiare di diventare intelligenti d’un sol colpo… e questo noi lo sappiamo, non è una virtù che ci si addice. No, proprio no!!!

I fatti lo confermano: di quando in quando il mondo e la storia ci offrono una possibilità di riscatto, noi siamo incapaci di coglierla cognitivamente, e questo soprattutto perché non riusciamo a spiegare alle nostre grandi labbra perché un’altra donna - di certo più fortunata e più in gamba di noi - possa o debba dirigere la nostra vita… e la questione si presenta così violentemente da annientarci psicologicamente, riducendoci ad un’orda di balene deliranti alla derive. Insomma, piuttosto la morte.

Ecco, a tal proposito, possiamo tranquillamente inferire che negli USA si sia compiuto il più grande suicidio collettivo di balene di tutti tempi… con buona pace della Weigth Watchers che invece le voleva magre, scolpite e pronte per la passerella di Donna Karan.
Anyway, deve proprio essere successo questo… altrimenti proprio non mi spiego il triste epilogo di una cronaca di una morte annunciata su un barattolone di peanuts butter. Oltre a ciò, possiamo anche affermare (senza far torto a nessuna) che le donne possiedono poco senso della storia e del tempo, perché non solo non capiscono una minchia low-fat delle rivoluzioni culturali ma non hanno neppure idea di quanto tempo dovranno aspettare perché un’altra donna riesca ad avere una simile opportunità.
Sapete, dopo la crisi isteriche dei suoi sostenitori ridotti sul lastrico, difficilmente qualcun’altra riuscirà a raccogliere fondi per la campagna elettorale. Si, ok c’è sempre Ophra Winfrey, ma capite c’è già voluto un miracolo per vedere un nero e una donna contendersi lo scettro di Miss Universo… che non oso immaginare quale calamità naturale potrebbe consentire la medesima chance ad una donna e per giunta di colore. No no, credo sia irrealizzabile!

La cosa strana è che, sbarellate come siamo, non siamo nemmeno dispiaciute per lo scampato miracolo; quello che vedo sulle nostre facce è infatti un sorriso beffardo come quello della ragazza che si è appena scopata il marito della sua migliore amica. Si, ammettiamolo, siamo un filino soddisfatte per aver impedito il successo di una nostra pari-stronza… così almeno per il momento quella ”cretina” ha avuto ciò che si meritava: il nulla condito di niente.

Ma le donne, si sa, sono creative e così, pur non avendo nulla in mano, se ne vanno in giro con la bocca larga a mistificare i contenuti di realtà; c’è chi sostiene che agli uomini piacciono le donne grasse, chi si vanta di fare a meno degli uomini, e chi ancora – come nel caso della Clinton - si dice soddisfatta di aver ripiegato sul ruolo di vice di un uomo di colore. Contenta lei… Contenta? Non saprei.
Cerchiamo di vederci chiaro, perché va bene “fare di necessità virtù”… ma la sodomia non è di certo uno stile di vita accettabile. La Clinton infatti con la stessa mente infeltrita delle sue elettrici (e delle donne in genere) piuttosto che farsi ricordare come la donna che sfidò il potere maschile, sarà ricordata come la sguattera bianca del presidente nero. Bingo, cara Hillary!!! Adesso non abbiamo più dubbi, ci hai convinto: noi, come te, contiamo come il due di briscola. Peccato che stiamo giocando a poker.
La mossa più femminile che la Clinton potesse fare è stata compiuta: piuttosto che uscire di scena con la grandeur di un vero statista (vedi Al Gore) ha pensato bene di agire con l’utero aperto e la bocca spalancata, accettando non senza orgoglio di donna di fare la segretaria di Barack. La sua vice, ovvero il posto più ambito dagli uomini di potere che presagiscono l’immanente dipartita dell’anziano presidente. .. peccato che Obama sia 10 anni più giovane di lei. La matematica non è mai stata la materia preferita dalle ragazze.

Le donne, oltre alla menopausa , sono spesso vittime di una sindrome da presenzialismo coatto, per cui invece che togliersi dalle palle, sparire dalla circolazione e rinascere a nuova vita più forti di prima (semmai lo fossero mai state) preferiscono mettersi il grembiulino e fare i mestieri di casa… come se nulla fosse, ma soprattutto come se ciò rappresentasse una vittoria.
Questo in sintesi è quel che è accaduto, ma non c’è da stupirsi… d’altronde ognuno ha ciò che si merita: la Clinton l’aspirapolvere di casa Obama, le donne americane una gran fetta di torta alla panna con cui mettere su un altro etto di cellulite… e a gli uomini una grassa risata. Very very fat
Solo un avvertimento world-wide a tutte le donne: fate un favore all’economia mondiale, tornate tra i fornelli di casa, alle crinoline, ai pizzi, ai fazzolettini lanciati in aria, agli opportuni svenimenti, alle gambe divaricate… e a tutte le altre cazzatelle di cui ci siamo rese protagoniste in questi millenni.
L’evoluzione non è una cosa che ci riguarda. Konrad Lorenz l’aveva detto: le oche sono incapaci di apprendere. E noi non facciamo eccezione.

Amanda

sabato 14 giugno 2008

LUCCIOLE PER LANTERNE... ROSSE


Ci sono momenti storici in cui, a fronte di un eccessivo liberismo dei comportamenti, vengono riproposte annose questioni: questioni che, soprattutto in un paese scombinato con il nostro, assumono la valenza di vere e proprie inutili crociate.
Oltre ad essere un paese un po’ “confuso”, il nostro è anche la culla della fede cristiana e della sua estrema conseguenza: il moralismo perbenista di stampo filo-crocerossino.

Cazzo che definizione ardita! Ma che avrò voluto dire?
Non saprei, ma stavo cercando una definizione che rispecchiasse le qualità della mentalità di cui siamo pregni e di cui sovente qualcuno vorrebbe liberarsi. Senza successo.


In quest’ultimo periodo, tanto per smettere di menar il can per l’aia, è tutto un gran vociferare sulla questione delle puttane… che sarebbe come sollevare la questione del 98% delle donne… perché si sa le suore non contano. Mi correggo, la questione riguarda invece le prostitute, ovvero quelle gran donne che riflettono sui massimi sistemi passeggiando su e giù per i viali desolati delle periferie delle nostre città.


Un tempo dette peripatetiche – perché sulla vita sembravano saperla lunga - oggi il loro ruolo è diventato, diciamo accessorio, pur avendo dimostrato di aver capito un cazzo… rispetto alla rimanente popolazione femminile che in questi ultimi decenni ha dimostrato l’esatto contrario.
Giochi di parole a parte, la questione è diventata spinosa e controversa, soprattutto perché si è levato un coro di voci dissonanti caratterizzate da diversi approcci al nocciolo della questione: la prostitute vanno tolte dalla strada, o vanno tolte dalla strada e messe in un bordello?
Si, lo so, la seconda opzione sembra una logica estensione della prima, ma in realtà le cose non sono così lineari come appaiono.


Nella prima versione dei fatti, le prostitute sono percepite come vittime di un sistema che le “costringe” a deviare dalla giusta via verso un mondo di perversioni. In questa prospettiva, infatti, le prostitute sono colte da una luce di autentica luce di carità divina che le vede esseri meritevoli di una mano tesa… che di tanto in tanto non avesse sul palmo una banconota da venti euro. Quando va bene.
A pensarla in questo modo, a parte uno stuolo di crocerossine travestite da suore travestite da depresse all’ultimo stadio, c’è un’orda di dame di carità in menopausa che pur di non scadere in una convulsa invidia di topa profanata, un’ora si e una no, preferirebbero farsi venire un embolo .

A condire il tutto c’è ovviamente una visione melodrammatica che vede in primo piano una donna schiavizzata dall’uomo che esige la sua parte: l’uomo meschino, il cliente perverso, l’uomo contabile - detto “er Pappa” – che in tutta la questione pensa al suo tornaconto e a nient’altro.


Lo scopo della “campagna anti-prostituzione” verte quindi sull’ingiustizia che ricade sulla mignotta sfruttata e sul suo ruolo di vittima incondizionata di una morale sbagliata che vede la mignottaggine il risultato di una società che emargina a scapito delle fasce più deboli. In tal senso, “la cura” è un proliferare di consultori, di centri sociali per succhia cazzi pentite, etc. che supportino il reinserimento di codeste fanciulle smarrite nella società del lavoro dignitoso e riabilitante.



Nella seconda prospettiva, il problema della prostituzione viene visto in maniera diametralmente opposto, ovvero non tanto come un problema umano e morale, quanto come un problema sociale: insomma, queste zoccole che gironzolano per le nostre strade non solo deturpano la bellezza notturna delle nostre periferie (avercene!) insozzandole di goduriosi preservativi ripieni (avercene bis) ma non pagano nemmeno le tasse sui loro lauti guadagni e in più distruggono il mercato locale della patonza fatta in casa.


A sostenere questa visione sono ovviamente le mignotte made-in-Italy, le donne tradite e i fautori di un’economia globale.
Le prime asseriscono che il problema sta nell’invasione di una concorrenza sleale nel mercato, per cui queste negre e queste russe farebbero bene a tornarsene a casa loro e a badare ai cazzi loro.
Le seconde, invece pensano ingenuamente che se non ci fossero le prostitute i loro mariti tornerebbero dalle puttane che li aspettano a casa con la “minestra riscaldata” pronta sul piatto, senza contare che magari gli uomini – piuttosto che intingere il loro biscotto ammosciato nel buco in disuso del cesso con la fede al dito – preferirebbero un bel travestito dalle gambe perfette, senza cellulite, con un optional mica da ridere.
Gli ultimi – gli economisti – pensano invece che il problema sia di natura esclusivamente economica, per cui lo stato verrebbe defraudato di una sostanziale parte del PIL.
Il problema in questo caso sta nell’istituzionalizzare questo business; insomma come si fa in un paese cattolico come il nostro a creare una nuova categoria merceologica senza che Miss Raztinger non s’incazzi?
Ammettere che la prostituzione sia un’attività produttiva come le altre implica il fatto che si giunga ad una “normalizzazione” di qualcosa che non lo è. Almeno per noi… noi moralisti del cazzo, intendo.

E dunque, che fare???
La soluzione più adeguata sembra infatti essere la riesumazione delle “case chiuse” che, in un solo colpo, garantirebbero almeno due risultati: strade pulite e aumento del PIL, ma di certo non risolverebbero il problema dato… e di certo non restituirebbero il “maltolto” alle legittime proprietarie. In più, ne sono consapevole, una simile opzione renderebbe il tutto poco “romantico” e insinuerebbe nelle menti dei clienti italiani il sospetto che le mignotte – al pari delle loro mogli – spalanchino le gambe solo per soldi.

Il problema, come vedete, appare insolubile… un vero e proprio paradosso, ma io fossi in voi non mi preoccuperei soprattutto perché, dopo il polverone sollevato, l’allarme sociale è notevolmente “rientrato”: come ha asserito la Ministra Carfagna, “il problema non è più una priorità del governo”... per la serie "ci siamo sbagliati: è stato tutto un equivoco"


Insomma, come al solito, tutto è andato a puttane… e allora state calmi: prendete il numeretto e aspettate il vostro turno!!!

Amanda

venerdì 6 giugno 2008

GRANDI LABBRA O LABBRA GRANDI?


La lingua italiana è un vero miracolo della natura poiché cambiando l’ordine delle parole il risultato non cambia… e questo specialmente quando si riferisce al nostro “genere”.

Di un uomo si può sempre dire che sia una testa di cazzo, ma delle donne?

Per molti anni sono andata in cerca di un’espressione equivalente che rendesse esattamente il mancato coinvolgimento del (misero) cervello della donna nell’uso delle parole, poi finalmente sono approdata alla verità: poiché è stato appurato che nella vagina di una donna non vi sono neuroni – come del resto in nessun’altra parte del corpo - oggi si può definitivamente affermare che il pensiero, e il linguaggio che lo esprime, fa un giro corto: dal clitoride alle corde vocali.

È per questo motivo che è ben nota la loquacità di noi donne… e d’altronde, meno complesso è il percorso di produzione del pensiero e più veloce è la produzione del linguaggio.


Insomma, non nascondiamoci dietro un dito, quando le donne parlano dimenticano quasi sempre di azionare il cervello. Dicesi cervello femminile quella massa informe accessoria non coinvolta nelle attività logico-razionali, ma soltanto in un set di pensieri sempre uguali (vedi post precedente).


Dopo i “Monologhi della vagina” e la “Vagina parlans” della Santanché (vedi 2 post fa), siamo finalmente giunti al “Mistero delle grandi labbra”, ovvero all’ennesima dimostrazione pratica di quanta poca differenza passi tra queste e un paio di labbra grandi… opportunamente gonfiate col botulino.


E siccome la storia ci dà sempre una mano a verificare le teorie, quale migliore occasione della storia di ieri per dimostrare una tesi che ha coinvolto per secoli gli scienziati del pianeta Terra?!

Il suo nome è Alessandra, il suo cognome è Mussolini. Le sue note caratteristiche sono sulla bocca di tutti… e soprattutto sulle sue.

In quest’ultima settimana, la nostra eroina - chissà quanta ne avrà sniffata per vomitare tutte le minchiate di cui si è resa protagonista? - ha letteralmente invaso tutte le trasmissioni televisive non tanto per dire la sua (non potrebbe… e poi per dire cosa?) quanto per fare sfoggio del suo ultimo modello di labbra pneumatiche fuoribordo (vedi foto).


Con la stessa capacità promozionale che è propria degli uomini quanto acquistano la macchina nuova, la Mussolini è andata in giro in ogni dove, a bordo del suo poderoso gommone, per rivelare la buona novella ma poi, avendo verificato che nessuno la cagava di striscio, ha deciso di fare la sua sceneggiata tra i meandri di Montecitorio.


Ed eccoci al fatto del giorno: la Mussolini è salita agli onori della cronaca per essersene andata sbraitando come una peracottara perché scontenta della sua poltrona in piccionaia che non le consente, a suo dire, né di far vedere il suo generoso paio di tette finte né, tantomeno, il suo nuovo acquisto in botox.


Diciamoci la verità, la minchiata sarebbe passata inosservata se questi guaiti fossero giunti in un altro momento, ma la sfortuna volle che giungessero in allarmante concomitanza con la decisione del Governo (di cui ella fa parte!) di tagliare i fondi per le politiche contro gli stupri.


Risulta infatti quanto mai bizzarro che con tante ingiustizie in giro per l’Italia per cui far sentire la sua voce da trans brasiliana, Ella si sia limitata a contestare il fatto di non “vedere il dito del collega”.

Si cari amici, la Mussolini non vede il dito del collega e per questo motivo è impedita nella sua attività. La mia impressione è che se anche l’avesse visto il suo dovere non lo avrebbe fatto lo stesso, ma questo lo lascio giudicare a voi.


Il punto è, vedete, che delle donne, delle ingiustizie che non la riguardano personalmente, a lei – la cosa in teflon – non interessa una nespola… tanto a lei chi la stuprerà mai? Non siamo mica in periodo di guerra… A quei tempi mia nonna faceva il suo dovere e, come si evince dai suoi racconti nostalgici, credo che abbia goduto grandemente. Ma questa è un’altra storia.


Per la Mussolini l’argomento da affrontare urgentemente in parlamento è solo quello relativo al ridimensionamento della sua visibilità personale a causa di un’assegnazione “poco rosa”delle poltrone.
Cazzo, questa si che è discriminazione!!! Questo si che è un buon motivo per lottare in parlamento!!!


Orsù dunque donne italiane, è giunto il momento di unirci e di fare un bel corteo… ne va del nostro futuro, della nostra sicurezza, della nostra libertà. Lotta dura senza paura!!! Sorelle, insieme vinceremo!!!


Come concordato, inizieremo il corteo da Piazza San Babila a Milano e sfileremo per il quadrilatero della moda… tra le altre cose – ma non ditelo troppo in giro – da Gucci e Prada c’è il 15 % di sconto sulle infradito e una svendita promozionale alla UPIM.
Se questo non è culo…


Amanda